Stephen Mitchell: l’inclinazione evolutiva (Kohut, Winnicott, Mahler)

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di Fabio Masciullo

Dopo la morte di Freud la riflessione psicoanalitica ha portato un gran numero di analisti a riconsiderare la teoria pulsionale, a metterla in discussione radicalmente e ad introdurre una visione relazionale della vita psichica normale e della psicopatologia. In questa nuova visione, emergono anche nuove dimensioni chiave: le condizioni ambientali, la funzione di holding, l’ambiente consono ad una crescita, il rispecchiamento, l’idealizzazione, la madre sufficientemente buona e la diade madre-bambino. 

Il bambino moderno è assai differente dal bambino freudiano, soprattutto per quel che riguarda il conflitto: per Freud il conflitto è inevitabile, proprio perché le pulsioni biologicamente date si scontrano immancabilmente con le richieste ambientali; per i suoi detrattori il conflitto è visto come una conseguenza dei deficit ambientali. Il bambino in questa visione sarebbe come una pianta che ha bisogno per crescere di un terreno ed un clima favorevole e, quando questo avviene, è spinto verso l’autorealizzazione.

Questa nuova visione implica una metafora del paziente del tutto differente da quella freudiana: il paziente soffre a causa di un deficit, la sua crescita si è arrestata, la patologia è una conseguenza ineluttabile di ciò che è accaduto. È questo il modello dell’arresto evolutivo, nel quale i bisogni relazionali del bambino, rimasti inascoltati e mal gestiti dai caregiver, si ripresentano sotto forma di aspettative e richieste in ogni nuova interazione, in una continua ricerca di soddisfazione relazionale. È evidente come da questa metafora emerga una visione del paziente alla ricerca di una nuova e più ricca esperienza, che riempia i vuoti emotivi e integri gli aspetti frammentati della sue identità. Per Freud è l’insight a decretare la crescita psicologica; per i teorici che seguono il modello dell’arresto evolutivo è un tipo di relazione riparatoria ciò che conduce verso l’evoluzione e la realizzazione di sé.

All’interno del modello relazionale hanno trovato spazio i contributi di teorici molto differenti tra loro e accomunati dalla visione pre-edipica della psicopatologia e dall’importanza dell’ambiente e delle sue richieste nell’espressione autentica di sé. Melanie Klein ha sottolineato la lotta nel bambino tra amore e odio, Balint si è soffermato sul bisogno irrealistico di amore totale, di cure incondizionate e perfette, Winnicott è stato il portavoce della lotta tra l’espressione spontanea di sé e la necessità di adeguarsi all’immagine di sé che gli altri si sono costruiti e in base alla quale fanno richieste interpersonali, Margaret Mahler ha descritto la dialettica tra simbiosi e separazione, Kohut ha evidenziato la necessità del bambino di riconoscimento e di idealizzazione degli altri grazie alla quale strutturare una solida autostima.

Le innovazioni teoriche sono state seguite da importantissime innovazioni tecniche. La classica regola dell’astinenza che si accordava egregiamente con la teoria pulsionale (il rifiuto di soddisfare gli impulsi transferali era una conditio sine qua non del trattamento) è stata largamente abbandonata. La visione della psicopatologia come derivato di un deficit relazionale ha spinto gli analisti a rivedere il ruolo di ciascun attore della relazione analitica e nello specifico ad introdurre un atteggiamento partecipe, autentico, empatico dell’analista.

All’interno del clima di rivisitazione e messa in discussione del paradigma freudiano vi sono stati alcuni contributi che hanno tentato di “accomodare” la nuova visione relazionale alla teoria delle pulsioni. Tali tentativi conservano il concetto di pulsione ma lo ridefiniscono nelle sue caratteristiche costitutive (il biologico) e nelle sue origini arcaiche, dando ampio spazio all’ambiente quale responsabile della genesi della dimensione pulsionale.

Ma, come osserva Mitchell, gli autori che conservano la teoria delle pulsioni ed introducono la dimensione relazionale quale aspetto temporalmente antecedente, hanno una “visione strabica del ciclo di vita” (pag. 128): i neonati avrebbero bisogni relazionali, i bambini più grandi e gli adulti sarebbero impegnati in conflitti tra pulsioni e difese.

In opposizione a tale approccio accomodante, tipico della teoria di Kohut, Winnicott, Mahler, c’è il punto di vista di Daniel Stern (che attraverso l’osservazione diretta delle interazioni madre-bambino ha ridefinito il processo di costruzione del Sé del neonato e descritto una dimensione di intenzionalità neonatale precedentemente rifiutata). Stern attacca dalle fondamenta la visione della Mahler sul processo di separazione-individuazione. Sottolinea infatti che tale processo non dovrebbe essere descritto come caratteristico esclusivamente delle primissime fasi dello sviluppo, perché interesserebbe l’individuo per tutto l’arco della sua esistenza.

Circoscrivere alla prima infanzia problemi relazionali che durano per tutta la vita distorce la natura stessa di quei problemi e il modo in cui essi si manifestano in momenti diversi del ciclo di vita (pag. 129).

Il modello dell’arresto evolutivo ha, dunque, in sé alcuni elementi critici che rischiano di tradursi in raccomandazioni cliniche inefficaci. La priorità evolutiva rischia, infatti, di essere letta in termini di attenzione esclusiva agli stati iniziali dello sviluppo psichico (in questa visione “più profondo” equivale a “precedente”), costringendo i clinici a ridefinire il setting in modo da dedicare l’intero sforzo terapeutico alla ricerca dell’armonia perduta, alla costruzione della relazione perfetta, che cura e ripara dalle mancanze genitoriali.

Stephen A. Mitchell, “Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi”. Bollati Boringhieri (1988)

 Fabio Masciullo

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