Stephen Mitchell: la prospettiva della Psicoanalisi Relazionale

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di Fabio Masciullo

L’evoluzionista, pulsionale e non, tenderà sempre a ricercare a ritroso esperienze del paziente che siano simili a quelle che egli racconta nel qui ed ora dell’analisi. Il rischio di tale approccio è quello di confondere una relazione di fatti basata sul parallelismo (passato-presente) con una relazione determinata da un nesso causale (causa-effetto). Si può, così, arrivare erroneamente a sostenere che “il fenomeno più antico in qualche modo sottende o provoca quello successivo” (pag. 134).

Descrivere qualsiasi disagio psicologico come il frutto delle primissime relazioni madre-bambino esclude che vi siano possibilità e potenzialità di sviluppo successive. È come dire che la patologia di questo particolare paziente è necessariamente frutto di un deficit precoce, di un peccato originale. È costruire un circuito chiuso causale all’interno del quale quello che vedo qui e ora è stato determinato all’inizio dello sviluppo relazionale.

La deprivazione genitoriale, nella maggior parte delle circostanze, non è specifica di una fase. Le madri incapaci di procurare cure adeguate ai neonati, che mancano di calore, costanza e così via, tendono spesso ad avere le stesse difficoltà con il bambino che cresce. La madre che non è in sintonia con i desideri e gli affetti del suo neonato tende a non essere in grado di rapportarsi al piccolo quando fa i primi passi, a non saperlo istruire nello stadio della latenza in modo rispettoso, a non saper rispondere all’adolescente in modo gioioso, e tuttavia ponendogli dei limiti” (pag. 135)

Mitchell ci tiene a specificare che le primissime delusioni ed i deficit relazionali hanno un peso enorme nel determinare il disagio psichico perché determinano pattern di interazioni abituali e riconoscibili. Ma non si tratta di “semplici fissazioni di bisogni evolutivi precoci, ma (di) adattamenti e stratagemmi atti ad affrontare un ambito interpersonale disturbato che (il paziente) ha appreso nel corso di molti anni” (pag. 136)

Molti autori che seguono il modello relazionale, nell’accezione della prospettiva evolutiva, sottolineano la dimensione dell’intimità (contenimento, holding, fusionalità, idealizzazione e rispecchiamento) come costituita da una serie di elementi in grado di compensare un deficit. È una visione che estremizza l’importanza di un tipo di relazione regressiva, pre-edipica, piuttosto che, come Mitchell sostiene, abbracciare un paradigma nel quale i bisogni di relazione e le successive esperienze analitiche di intimità e calore umano vengono riconosciute come dimensioni che ampliano e arricchiscono la vita adulta del paziente, e forniscono nuove e più stimolanti occasioni relazionali.

Sia Melanie Klein che Balint, ad esempio, forniscono descrizioni che strumentalizzano esperienze analitiche con pazienti gravemente deprivati, per arrivare a concludere che le dinamiche relazionali in analisi vanno a compensare e “curare” esperienze primitive ed infantili. Esempio di tale visione è il caso della paziente di Balint, che viveva nel terrore paralizzante che ne limitava le esperienze di vita, per intenderci “il caso della capriola”. In sintesi Balint ci racconta che ad un certo punto della terapia, la paziente, dopo una interpretazione della sua tendenza a rimanere in uno stato di “sicurezza paralizzante”, si ricordò di non essere mai riuscita a fare una capriola; il terapeuta le disse “e ora?” e la paziente, alzandosi dal lettino fece una capriola perfetta. Questo evento fu seguito da un periodo molto florido per l’analisi e per le salute ed il benessere della paziente. L’esempio riportato da Balint e la sua descrizione dei motivi alla base del progresso dell’analisi esprime chiaramente la tendenza dell’analista a leggere l’espressione creativa, vitale e inaspettatamente curativa della capriola come una regressione ad una forma primitiva ed infantile di funzionamento psichico invece di definirla come “una nuova possibilità ad affrontare i rischi” (p. 142), cioè un progresso e non una regressione. Balint descrive la situazione in termini di “emersione”, come di qualcosa che era rimosso e riaffiora, come di qualcosa che era in lei già da prima, da molto prima. Mitchell ci tiene a specificare che secondo la sua visione il gesto della capriola non è emerso, ma è stato sollecitato (ibidem). È stato possibile solo all’interno del contesto relazionale differente offerto da un terapeuta che ispira fiducia.

“Forse l’evento cruciale non è stato affatto la capriola della paziente, ma l’invito dell’analista, grazie al quale egli è uscito dall’integrazione transferale a cui partecipava, trasformando in questo modo la relazione” (ibidem)

La descrizione della capriola come di una caratteristica sana che emerge grazie ad una regressione ad uno stato primitivo, ne svilisce i significati interattivi, gli sforzi reciproci di costruzione e definizione di senso, la dimensione della fiducia e l’ “espandersi della maturità e del potenziale del paziente”.

Rispetto al conflitto, Mitchell evidenzia una sorta di disequilibrio che l’inclinazione evolutiva produce verso gli aspetti passivi e deficitari del paziente piuttosto che sui conflitti che ne animano la vita psichica.

Sicuramente la teoria relazionale è anni luce lontana dal conflitto psichico di matrice freudiana, popolato com’è da pulsioni in cerca di soddisfazione e in lotta con le richieste della società, ma è una teoria che contempla e amplifica la dimensione conflittuale nei termini di un conflitto relazionale dove “gli antagonisti (…) sono le configurazioni relazionali, le passioni conflittuali inevitabili all’interno di ogni relazione, e le richieste opposte, necessariamente incompatibili, tra le diverse relazioni e identificazioni significative” (pag. 11).

In opposizione a ciò, vi è la tendenza dei teorici dell’arresto evolutivo a presentare i bisogni di relazione come a-conflittuali, cioè operanti nel regno pre-conflittuale precoce dei bisogni neonatali, soddisfatti i quali tutto andrà per il verso giusto. Il paradigma può essere sintetizzato in “se l’ambiente procura opportunità adeguate, non ci saranno conflitti; se avviene il contrario apparirà il deficit e non il conflitto”.

Mitchell, contrariamente al modello dell’arresto evolutivo, considera la dimensione conflittuale come implicita nella relazionalità (p.147). In realtà gli analizzandi, adulti, cercano costantemente di modellare le relazioni nel qui ed ora per tenere a bada un grosso livello di angoscia. Mitchell sottolinea che nella prospettiva del conflitto relazionale, i bisogni del paziente vengono letti come una “miscela complessa di desideri adulti perfettamente adeguati, fusi con un’intensa angoscia” (p.151). cosa vuol dire ciò? Che la stragrande maggioranza dei pazienti che viene in analisi è stata un bambino frustrato e che attualmente, nel qui ed ora, ha elaborato una serie di strategie per gestire i desideri ed i sentimenti di relazione con un’altra persona che sono intollerabili e legati ad intensa angoscia. Le prime esperienze di relazione e gli atteggiamenti genitoriali rispetto ai propri bisogni e desideri “ha condotto a vivere qualsiasi desiderio di intimità come intriso di intensa angoscia”. Le opportunità terapeutiche offerte da questa visione sono sintetizzabili nella capacità del terapeuta di permettere al paziente di indagare il rapporto tra desiderio di relazione e angoscia difensiva, tra schemi di interazione appresi precocemente e nuove e più soddisfacenti relazioni con gli altri. Tale visione evita di infantilizzare il paziente e descriverlo come “una bambino” solo per il fatto di riscontrare nelle sue modalità interattive tratti legati a fragilità, volubilità e scarsa consapevolezza degli affetti, ciò permette di evidenziare che tali caratteristiche sono piuttosto riconducibili ad una modalità interattiva appresa e raffinata nel corso degli anni. “cos’è che trovano i pazienti nel trattamento psicoanalitico? Trovano le opportunità che non hanno avuto per manifestare capacità innate , oppure trovano le opportunità per integrare le esperienze intrapsichiche e interpersonali con un’altra persona in modo diverso, in grado di arricchirli e di contribuire all’adattamento nel mondo fuori dalla loro famiglia?” (p.152). Nel qui ed ora di un rapporto analitico con un paziente adulto sono sempre in gioco modalità relazionali apprese nell’infanzia che governano e determinano il come quel determinato paziente entrerà in contatto con noi.

Stephen A. Mitchell, “Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi”. Bollati Boringhieri (1988)

 Fabio Masciullo

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