Stephen Mitchell: la critica alla metafora archeologica di Freud

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di Fabio Masciullo

Molti psicoanalisti, e Freud per primo, hanno evidenziato quanto i comportamenti di un paziente siano la diretta conseguenza del suo passato, al punto da affermare che il presente sia soltanto una riproduzione costante, perpetua e sbiadita di una storia lontana.

L’importanza che Freud attribuisce all’infantilismo dipende in larga parte della premessa precedente. Il disagio psicologico può essere spiegato, e risolto, andando al di là della superficie, a ritroso, giù verso i meandri nascosti del passato. È la metafora archeologia, attraverso la quale Freud crede di poter illuminare l’inconscio ed intervenire per portare a galla frammenti arcaici, desideri animaleschi, origini remote.

L’immagine metaforica del paziente “come bambino” rappresenta sicuramente la chiave di lettura privilegiata e facilitante che permette di comprendere con estrema chiarezza desideri, passioni, sentimenti e bisogni dell’analizzando. Il problema sorge quando ci si allontana dalla metafora, quando ci si dimentica che la dimensione metaforica è una delle tante possibilità di rappresentazione della realtà. In questo caso il paziente è il bambino, il passato è il presente, il passato deve essere recuperato scardinando la superficie del presente.

Freud ha descritto due tipologie di bambini nel corso della sua opera. Prima del 1897, nella teoria della seduzione infantile, viene descritto un bambino vittima dell’ambiente, personaggio passivo alle prese con un mondo adulto traumatico. Successivamente, nella teoria pulsionale, ecco apparire il bambino “perverso polimorfo”, spinto da potenti istinti, da pulsioni sessuali che chiedono soddisfazione, governato dalla ricerca del piacere e dal terrore della castrazione. Questo secondo tipo di bambino è descritto come perennemente in conflitto, tra la ricerca della soddisfazione e le limitazioni della realtà circostante. Il paziente freudiano è ovviamente lo specchio di tale descrizione dei fatti: dilaniato dal conflitto, sofferente per le proibizioni, alla ricerca di sostituti che possano gratificare i suoi potenti impulsi in accordo con le regole sociali condivise.

Dopo la morte di Freud la riflessione psicoanalitica ha portato un gran numero di analisti a riconsiderare la teoria pulsionale, a metterla in discussione radicalmente e ad introdurre una visione relazionale della vita psichica normale e della psicopatologia. In questa nuova visione, emergono anche nuove dimensioni chiave: le condizioni ambientali, la funzione di holding, l’ambiente consono ad una crescita, il rispecchiamento, l’idealizzazione, la madre sufficientemente buona e la diade madre-bambino.

Il bambino moderno è assai differente dal bambino freudiano, soprattutto per quel che riguarda il conflitto: per Freud il conflitto è inevitabile, proprio perché le pulsioni biologicamente date si scontrano immancabilmente con le richieste ambientali; per i suoi detrattori il conflitto è visto come una conseguenza dei deficit ambientali. Il bambino in questa visione sarebbe come una pianta che ha bisogno per crescere di un terreno ed un clima favorevole e, quando questo avviene, è spinto verso l’autorealizzazione.

Stephen A. Mitchell, “Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi”. Bollati Boringhieri (1988)

Fabio Masciullo

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