Se esistono le madri sufficientemente buone, allora esistono anche le madri insufficientemente buone

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Di FABIO MASCIULLO

Mi piacerebbe partire dall’affermazione di Bowlby, “…ma le cattive madri esistono davvero! ” per introdurre il tema dell’insufficienza materna nello sviluppo psicologico del bambino e sottolineare un aspetto particolare dello stretto rapporto tra le primissime fasi di vita, la qualità delle interazioni e la psicopatologia.

Più volte è stato ribadito quanto sia importante per il neonato agire in un ambiente “sufficientemente buono”, “contenitivo”,  organizzare il proprio sé ed esprimerlo in modo autentico, strutturare cioè un sé coeso (Kohut) ed aprirsi alla relazione con l’altro, alla dimensione intersoggettiva (Stolorow; Atwood), poter ambire all’integrazione tra una naturale tendenza all’individuazione ed una all’adattamento all’ambiente (Jung; Horney), tra spirito apollineo e dionisiaco (Nietzsche; Mitchell), cioè oscillare tra, ed infine integrare, due differenti approcci relazionali: la dipendenza e l’autonomia.

Lo studio del primitivo rapporto madre-bambino e l’attenzione verso le delusioni e le frustrazioni che il bambino sperimenta in tale relazione possono illustrare ed ampliare l’indagine sull’esordio e l’evoluzione della psicopatologia. La condizione pregenitale viene perciò rappresentata come una relazione tra due persone, madre e bambino, impegnate a realizzare un equilibrio omeostatico e gestire una relazione simbiotica.

La madre impegnata in una relazione simbiotica con il proprio bambino è influenzata sotto vari aspetti nel soddisfare i bisogni del bimbo, sia consciamente che inconsciamente. Il rapporto con la madre è il primo rapporto del bambino con un altro essere umano.

Nelle fasi precoci del rapporto con il neonato, la madre attraversa uno stato particolare, una condizione psicologica denominata “preoccupazione materna primaria”. Essa emerge durante la gravidanza, e si protrae ancora per poco, fino a poche settimane dopo la nascita del bambino. La particolarità di tale condizione è che essa risulta essere inconscia e la tendenza della madre sarà quella di rimuoverne il ricordo.

Winnicott parla di “ritiro”, “dissociazione”, “fuga” e, addirittura, di “disturbo profondo”, di una fase schizoide nella quale un aspetto della personalità prende il sopravvento, temporaneamente.

La funzione della madre all’inizio della vita del bambino, acquista un significato differente alla luce delle precedenti considerazioni e ci porta a definire la fase di “preoccupazione materna primaria” come una condizione necessaria di elevata sensibilità che ha bisogno di emergere, stabilirsi e cessare in un arco di tempo determinato. Winnicott parla anche di fase di “malattia  normale” e, dunque, di “guarigione”: la madre deve essere sufficientemente sana per “ammalarsi” e altrettanto abile nel “guarire” una volta che il bambino non ha più bisogno di tale stato di cose.

La madre sviluppa dunque una sensibilità particolare, una “malattia”, che le permette l’adattamento sensibile, delicato e “devoto” ai primi bisogni del bambino.

Alcune mamme, (molte? quasi tutte?) sono meno abili in questo. Quanti pazienti (uomini o donne che siano) possono essere visti come figli di madri depresse, insensibili, anaffettive, ambiziose, vendicatrici, cieche, manipolatrici, simbiotiche? Quanti di loro strutturano il proprio mondo intrapsichico e interpersonale in virtù di tale rapporto primigenio patologico con il femminile? Quanti restano imbrigliati in relazioni future frutto della medesima matrice relazionale? Quanti di loro hanno a che fare con un padre inesistente, ineffabile, sfuggente, colpevole di aver scelto una donna mortifera, esigente, ambiziosa, castrante? Le madri di questo tipo sono loro stesse vittime di simili relazioni genitoriali.

Dal punto di vista metapsicologico, il neonato ha tendenze innate di sviluppo (Winnicott parla di “sfera dell’Io libera dai conflitti”), istinti, sensibilità. La madre, capace di entrare in questo suo particolare stato di preoccupazione primaria, permette al bambino di sviluppare al meglio le tendenze di sviluppo e di acquisire la consapevolezza delle proprie sensazioni. Se la madre si adatta bene a questo stato di cose consentirà al bambino di sperimentare una continuità dell’essere e di non risentire di eccesive reazioni alle pressioni ambientali. È questo il punto nodale alla base della sanità o della psicopatologia: “la strutturazione dell’Io si basa su una continuità dell’essere sufficiente, non interrotta dalle reazioni dell’urto dell’ambiente” (Winnicott, pag 361). La madre che entra nello stato di “preoccupazione materna primaria” riesce a rispondere ai bisogni del bambino, bisogni che inizialmente sono corporei e che man mano si trasformano in bisogni dell’Io. L’incapacità della madre in tale contesto porta ad un “annichilimento del sé del bambino” (Winnicott, ibidem).

Winnicott sottolinea come la struttura dell’Io si costituisca attraverso la percezione della minaccia di annichilimento che però, alla fine, non si realizza. La fiducia nella risoluzione positiva, nelle esperienze positive successive alla frustrazione, è la condizione necessaria per la strutturazione dell’Io.

In una fase iniziale, dal punto di vista del neonato, la madre non può e non deve essere frustrante. Successivamente, la percezione del bambino di avere a che fare con una madre frustrante lo conduce verso la strutturazione dell’io.

Nel ricostruire, dunque, lo sviluppo precoce del bambino Winnicott non parla mai di istinti. L’Io implica una “somma di esperienze” (pag. 363). All’interno di tale insieme è fondamentale la graduale capacità del bimbo di attendere la guarigione dagli annichilimenti, dovuti agli urti dell’ambiente. Il bambino ha bisogno perciò di iniziare la sua vita all’interno di un ambiente specializzato, generato dalla madre, chiamato da Winnicott “preoccupazione materna primaria”.

Se si abbandona, dunque, la visione freudiana dell’essere umano, popolata da pulsioni biologicamente determinate, in conflitto con la realtà circostante, e si abbraccia una visione della psicopatologia che considera fondamentale il contributo dell’ambiente di riferimento nella genesi delle nevrosi e delle psicosi, è opportuno evidenziare il ruolo di chi si prende cura del neonato (la madre). Questo ci permette di comprendere come il bambino pian piano si adatti alle circostanze esterne, strutturi il suo mondo relazionale (le relazioni interpersonali) e, allo stesso tempo, organizzi quello interno (le relazioni oggettuali) in una modalità peculiare che evidenzia e rispecchia la qualità delle relazioni con l’ambiente stesso, ed in particolare con il caregiver.

Le cattive madri, le madri insufficientemente buone, esistono davvero. Il femminile si struttura come dimensione ambivalente, come ambito che contiene in sé aspetti generatrici e mortiferi, spinte vitali e circoli viziosi carichi di sensi di colpa, aspetti sanamente simbiotici, pretese simbiotiche, illusioni di creazione, visioni generatrici, permessi, rinunce.

Di FABIO MASCIULLO

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