Nevrosi e Cultura: il ruolo delle influenze culturali nella definizione della psicopatologia

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Quando definiamo categoricamente una persona come “nevrotica” stiamo adoperando un metro di giudizio che si riferisce a cosa sia “normale” e “anormale” per noi. La creazione di questa cornice di senso, che è radicata e prende vita in uno specifico contesto socio culturale/temporale, deve essere presa in considerazione ogniqualvolta siamo intenti a definire il comportamento nostro e dell’altro. È proprio la consapevolezza dell’esistenza di questa doppia matrice, culturale e temporale, che inquadra la psicopatologia in un’ottica nuova e allontana dallo spettro di osservazione una concezione delle nevrosi e delle psicosi come semplici conseguenze di circostanze biologicamente determinate.

Freud, sebbene avesse ipotizzato che le nostre caratteristiche dipendono da pulsioni biologicamente date, ha più volte ribadito che per comprendere una nevrosi sia indispensabile la preliminare conoscenza delle circostanze di vita individuali “specialmente per quel che riguarda l’influenza plasmante degli affetti nella prima infanzia” (K. Horney, 1937). Allargando il discorso ed ampliando l’intuizione freudiana, per comprendere la struttura nevrotica in un dato contesto, è indispensabile la conoscenza di quel contesto specifico e delle sue influenze sull’individuo.

È proprio questa attenzione predominante verso l’aspetto culturale e sociale nella definizione della vita psichica dell’individuo che differenzia l’approccio interpersonale e relazionale da quello di Freud, il quale considerava le pulsioni istintuali come prodotti biologicamente determinati, come “natura umana” inibendo così dal discorso la comprensione delle dinamiche sociali e culturali e la reale comprensione di ciò che effettivamente determina il nostro comportamento.

Alcuni modelli di comportamento della nostra epoca (generati dalla cultura occidentale), tanto familiari e consueti da osservarli nella vita di tutti i giorni, condizionano il nostro modo di vedere il mondo, noi stessi e l’altro. Le persone nevrotiche verranno definite, così, soltanto in base al loro discostarsi dalla “norma” comportamentale, dall’attuare comportamenti diversi da quelli sanciti dal contesto.

Immaginiamo di incontrare una persona che sul lavoro rifiuta sistematicamente aumenti di stipendio, è poco competitiva e non si vuole identificare con i suoi superiori oppure un artista che considera il denaro poco importante e relativo e dedica gran parte della sua giornata ad oziare e a godersi il poco denaro che guadagna. Questi personaggi verrebbero identificati come “nevrotici” in un contesto culturale che esalti la sfida competitiva, il Dio denaro e la dedizione completa alla propria sfera lavorativa.

Scrive la Horney che “il termine nevrotico, anche se originariamente medico, oggi non può essere più adoperato senza le sue implicazioni culturali” (ibidem).

Oltre questo, la nostra definizione di “patologia” è determinata, nello stesso contesto culturale, anche dalla dimensione temporale. Nella stessa matrice culturale e nello stesso periodo storico, la definizione del comportamento normale e patologico deve fare i conti anche con dimensioni importanti quali il genere sessuale e la classe sociale. Un aristocratico considererebbe normale qualsiasi comportamento snob o insolente, una donna che, alle soglie dei quarant’anni, si preoccupasse della vecchiaia e del proprio aspetto fisico verrebbe considerata normale con maggior probabilità rispetto ad un uomo.

Ogni sistema culturale è convinto che i sentimenti e le credenze generatisi al suo interno siano l’unica espressione normale della natura umana. Persino dinanzi ad un fenomeno universalmente noto quale l’assassinio non è possibile sancire con assoluta certezza quali siano i comportamenti normali e quali quelli patologici se non attraverso la lettura del contesto. Sebbene Freud ritenesse che tutti gli esseri umani provino sensi di colpa in relazione all’assassinio  è stato comunque dimostrato come esistano differenze sostanziali negli atteggiamenti e nei comportamenti rispetto alla cultura di riferimento. Per gli Esquimesi l’omicida non deve essere punito; in altre culture la famiglia dell’assassinato placa la propria disperazione attraverso l’adozione dell’assassino (Horney, 1937).

Queste ed altre considerazioni mettono in dubbio l’universalità di molte tendenze psicologiche e gettano le basi per una comprensione dettagliata dei fenomeni sociali e culturali quale presupposto indispensabile per una distinzione plausibile tra psicopatologia e normalità.

Oltretutto, anche se consideriamo “nevrosi” una deviazione dalla normalità, questo dato non  è sufficiente per una diagnosi certa. Sulla base dell’osservazione dei comportamenti individuali, la deviazione dalla normalità può essere vista come patologia ma può al contrario evidenziare l’esistenza di altri significati, nuovi punti di vista, valori ed atteggiamenti diversi. L’artista che si rifiuta di dedicare tutto il suo tempo e i gli sforzi per ottenere più denaro potrebbe essere un nevrotico quanto, piuttosto, un individuo che detesta assoggettarsi alle dinamiche aggressivo-competitive.

In qualsiasi cultura di riferimento emergono e si impongono sugli individui alcune determinate paure e angosce. Tali paure si generano a causa di reali pericoli esterni, della forma delle relazioni sociali e da tradizioni culturali tramandate nel tempo. Gli individui nevrotici di quella determinata cultura convivono, a differenza degli altri, sia con tali paure che con altre che si distaccano dal modello culturale e che si determinano in seguito a condizioni personali particolari.

Per ciò che concerne le paure che emergono dal contesto culturale, esistono modalità particolari di difesa, misure protettive quali tabù, riti, usanze. Tali difese sono un espediente molto efficace per tenere sotto controllo le paure sociali. Gli individui normali sfruttano questo stato di cose per non soffrire più del dovuto, nonostante questo sia inevitabile. Il nevrotico, al contrario, sperimenta una sostanziale diminuzione delle sue possibilità, delle capacità di rendimento e una sofferenza che a volte può essere taciuta a sé stesso e all’esterno.

Un passo avanti nella definizione delle nevrosi è rappresentato dalla considerazione dell’esistenza di un’altra caratteristica essenziale: la presenza di tendenze in conflitto nell’individuo nevrotico e dal fatto che egli non ne sia cosciente e tenti soluzioni di compromesso in modo automatico. Queste soluzioni di compromesso, a differenza che nel soggetto normale, sono meno soddisfacenti e coinvolgono l’intera personalità del nevrotico.

Fabio Masciullo

 
Bibliografia:
Karen Horney - (1937) La personalità’ nevrotica del nostro tempo, Newton Compton, 1976.

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