L’INCONSCIO SOCIALE

CondividiFacebookTwitterLinkedIn

La psicoanalisi interpersonale che contempla una visione olistica dell’uomo, assegna alla cultura e alla società in cui quest’ultimo è inserito un ruolo di primaria importanza.

Karen Horney, pur riconoscendo a Freud la genialità della scoperta dell’Inconscio e di una tecnica per esplorarlo, non accetta la sua teoria della libido, il suo pensiero evoluzionista-meccanicista, mettendo invece in risalto l’importanza dei fattori ambientali nello sviluppo umano. Nonostante opere come Psicologia delle masse e analisi dell’io e Totem e tabù sottolineino come anche Freud abbia preso in considerazione tematiche sociali, la Horney imputa all’autore di essersene interessato solo per verificare la loro influenza sulle pulsioni già esistenti dell’individuo; in pratica una visione unilaterale.

Nel 1939, in Nuove vie della psicanalisi, l’autrice scrive L’ambiente sociale e le neurosi, un capitolo che può essere considerato il preambolo di una nuova concezione di Inconscio, l’Inconscio sociale. Quello che più sorprende è l’attualità dei suoi temi. La Horney vede nelle circostanze che creano isolamento emotivo, potenziale tensione ostile tra gli individui, insicurezza e paura, nonché senso di incapacità individuale, il primo gruppo di fattori che generano le nevrosi in un dato ambiente sociale. Nell’avvicinarci ai problemi e alle sofferenze dell’essere umano, bisognerebbe tener presente che la sua ostilità latente è incentivata dal fatto che la nostra civiltà si fonda sulla competizione individuale ed è caratterizzata da grandi disuguaglianze in ogni campo. L’instabilità economica e sociale, i timori generati dalla latente tensione generale, l’educazione sociale che ipocritamente professa solo amore fraterno e non prepara all’ostilità e alle lotte che la vita ci riserba, sono l’humus per una mancanza di sicurezza individuale e di fiducia in se stessi, soprattutto in un momento in cui anche la religione e la tradizione perdono forza e non riescono a fornire all’individuo la sensazione di essere parte di un gruppo unitario rassicurante. Scrive la Horney:

“il problema dell’influenza dell’ambiente sociale sui conflitti neurotici è assai più complesso di quanto creda Freud. Comprende nientemeno la profonda analisi di una determinata società fatta secondo i criteri seguenti: in qual modo e fino a che punto si creano i rapporti ostili tra persone di un dato ambiente? Che grado raggiunge il senso di instabilità di un individuo e quali cause concorrono a determinarlo? Quali cause provocano l’annientamento della fiducia in sé naturale a ogni individuo? Quali veti sociali e quali tabù esistono, e fino a che punto essi sono la causa delle inibizioni e delle paure? Quali sono le ideologie più importanti, quali mète si prefiggono, come si concretano? Quali bisogni e quali tendenze sono creati, incoraggiati o scoraggiati da queste date condizioni? […]. Un gran numero di neurosi e psicosi in una data società è uno degli indici che mostrano che c’è qualcosa di veramente sbagliato nelle condizioni nelle quali vivono le persone. Fa inoltre vedere che le difficoltà psichiche originate da quelle speciali condizioni ambientali sono più grandi della capacità media della gente di affrontarle” (1939, pp.184-186).

La Horney non vuole sconfinare nel campo della sociologia, ma, uscendo da una chiusura difensiva della psicoanalisi ortodossa, si chiede se non possa essere proficua una possibile cooperazione tra le due discipline (si potrebbe aggiungere anche l’antropologia).

Chi ha coniato il termine Inconscio sociale è stato Erich Fromm, nella sua revisione della teoria della libido di Freud.

“In primo luogo va menzionato il concetto di “filtro sociale” che decide a quali esperienze sia consentito affiorare alla coscienza [...]. Questo “filtro” è di natura sociale ed è formato dal linguaggio, dalla logica e dalle usanze (idee e pulsioni tabuizzate o consentite). Esso varia a seconda delle culture, e determina l’“inconscio sociale”. All’inconscio sociale viene impedito con tanta risolutezza di essere reso conscio in quanto la rimozione di determinate pulsioni e idee svolge un compito molto reale e importante per il funzionamento della società, cosicché tutto l’apparato culturale serve a mantenere intatto l’inconscio sociale. Al confronto la rimozione individuale, che si rivela necessaria sulla base di particolari esperienze del singolo, appare insignificante. Inoltre i fattori individuali sono tanto più efficaci quanto più vanno nella stessa direzione dei fattori sociali” (Fromm, 1990, p.82).

Fromm parla di carattere sociale, quegli atteggiamenti psichici comuni e fondamentali per la sopravvivenza di una data società o classe sociale.

Rainer Funk (1987), nell’analizzare la teoria di Fromm, pone il carattere sociale come intermediario tra la base economica societaria e le idee e gli ideali presenti. L’uomo è spinto biologicamente verso la biofilia, l’amore per la vita e solo in una società in cui ciò viene impedito, con un’impossibilità a vivere le proprie forze autoaffermatrici (aggressioni difensive, senso di giustizia, rabbia, ribellione, desideri narcisistici), nasce nell’uomo la necrofilia, l’amore per ciò che è privo di vita, un fenomeno psicopatologico, di origine puramente psichica, considerato una risposta ad una crescita impedita.

Oggi viviamo una vita liquida (Bauman, 2005), una vita caratterizzata dalla precarietà, dalla continua incertezza, dalla grande velocità che è maledettamente più alta di quella dei normali processi emotivi e questo, inevitabilmente e soprattutto inconsciamente, si ripercuote sulla psiche di ognuno di noi.

Funk (1987) sottolinea come il necrofilo, secondo Fromm, ami proprio questi aspetti e come sia la società, con i suoi principi, a fare in modo che inconsciamente si vada ad interiorizzare un orientamento necrofilo, molto funzionale al nostro sistema economico. Non è l’uomo a decidere la produzione, bensì il contrario, l’uomo è determinato da essa, diventando un essere passivo, senza possibilità di iniziativa, sofferente, oppresso e depresso. Una produzione in quantità senza badare troppo alla qualità, concentrata e centralizzata, decisa e scelta da un potere sempre più distante dai cittadini considerati solo meri esecutori precari e intercambiali, fa sì che l’uomo non si senta più elemento di un insieme, ma accetti come possibilità di sopravvivenza la scissione e la dissociazione, guarda caso proprio i meccanismi psichici difensivi più “in voga” negli ultimi anni. La soppressione dell’unicità individuale a favore della globalizzazione nell’era cibernetica e del consumismo comporta una mancanza di spazio e di tempo per le emozioni, si assiste sempre più alla cerebralizzazione, si razionalizza al massimo, il cervello umano e quello elettronico sostituiscono la sfera emotiva. Scrive Funk:

“La soppressione della sfera delle emozioni prescritta dall’organizzazione lavorativa soffoca la dinamica necessaria al processo psichico in termini di un nascere e di un morire – si pensi solo all’accresciuto ricorso a psicofarmaci per diventare di nuovo funzionanti. Se si impedisce questa dinamica con la richiesta di un lavoratore dalla mente fredda, oggettiva, scevra di emozioni che provveda al liscio funzionamento, allora l’identificarsi con il puro cerebrale richiesto dall’economia assume una tale attrattiva che ogni emozione diventa una minaccia alla propria esistenza. Questo stato di cose conduce o alla somatizzazione oppure ad una proiezione su altri oppure si manifesta in ostilità più o meno consapevole verso tutto ciò che è animato e appartenente alla sfera delle emozioni. L’attrazione per ciò che è morto necrofilo e distruttivo prende il posto dell’amore per tutto ciò che è vivo e dell’aggressione difensiva al servizio della vita” (1987, p.21).

Ulteriori sviluppi al concetto di Inconscio sociale sono stati apportati dalla gruppoanalisi con Foulkes e dal lavoro dello psicoanalista e gruppoanalista inglese Earl Hopper (Di Maria e Formica, 2006).

Per Foulkes non esiste una scissione tra mondo interno dell’uomo e mondo esterno, quel sociale che influenza da sempre l’individuo, addirittura anche prima della sua nascita, visto che i propri genitori ne fanno parte venendone a loro volta influenzati. Parlando di Inconscio l’autore afferma che a differenza di quello freudiano, l’Inconscio sociale è inconscio non perché rimosso, ma soltanto perché si trova al di fuori della coscienza, e non è determinato dalla biologia o dall’ereditarietà, ma dall’esperienza.

Hopper con il concetto di Inconscio sociale si riferisce a quelle disposizioni culturali, sociali, relazionali, comunicazionali, di cui le persone sono inconsapevoli, ma che condizionano molto la loro esistenza.

Come esseri umani, e ancor più come psicoterapeuti, dobbiamo renderci conto dell’influenza che i valori stabiliti dalla società hanno sul nostro modo di vivere e di lavorare. Se ciò non accade “Nella terapia psicanalitica allora, come nell’educazione, la meta diventa inavvertitamente semplice adattamento alla «normalità». […] Si dovrebbe invece distinguere, con Trotter, tra normalità psichica e salute psichica, e intendere la seconda come uno stato di libertà interiore in cui l’individuo può «disporre delle sue piene capacità»” (Horney, 1939, pp.189-190).

Adottando una visione olistica, nella relazione terapeutica si avrà la possibilità di cogliere, come ricorda Fazio (2003), ciò che riguarda la psicopatologia del singolo paziente e ciò che invece dipende, anche per lo psicoterapeuta, dalla sua provenienza culturale e/o dalla psicopatologia sociale della propria nazione. Il tutto perché anche le culture, le società e le nazioni, come nel piccolo le famiglie, sono organizzate più o meno in accordo con quei bisogni autentici fondamentali per il sano sviluppo psicofisico di ognuno di noi.

 

 Domenico Capogrossi

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bauman Z. (2005), Vita liquida, Laterza, Bari.

Di Maria F., Formica I., “L’inconscio cambia sede?”, in Rivista di psicologia clinica, <http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero2_3/pdf/DiMaria_Formica.pdf>, 2006, (11 settembre 2012).

Fazio A. L. S. (2003), “La scissione e la fusione gruppale nell’Unione Europea (EU): verso un modello di integrazione culturale”, Gruppi, V, 1, pp. 33-71.

Fromm E. (1990), L’inconscio sociale. Alienazione, idolatria, sadismo, a cura di R. Funk, Mondadori, Milano 1992.

Funk R., “La teoria della psicologia sociale analitico di Erich Fromm”, <http://opus4.kobv.de/opus4-Fromm/files/9875/Funk_R_1987c.pdf‎>, 1987, (05 settembre 2012).

Horney K. (1939), Nuove vie della psicanalisi, Bompiani, Milano 1959.

CondividiFacebookTwitterLinkedIn