L’importanza del momento iniziale

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Per esserci una fine ci deve essere un inizio, sembra un concetto scontato e invece bisogna sottolineare l’importanza del momento iniziale in cui può essere già scritto il destino dell’analisi.

Con le dovute cautele nei confronti del rispetto del setting e della tecnica, il film Will Hunting genio ribelle di Gus Van Sant (Usa, 1997) può essere un ausilio per riuscire a comprendere quello che voglio dire. Il professor Lambeau vuole appropriarsi del genio di Will, è questo il vero motivo per cui lo segue e gli impone di vedere settimanalmente uno psicoterapeuta che possa aiutarlo a risolvere i suoi problemi comportamentali. Diversi specialisti colludono con la richiesta del professore senza interessarsi autenticamente alla storia di Will, al suo vissuto, alla sua reale motivazione nei confronti dell’analisi. In queste condizioni la fuga di Will, e in generale di qualsiasi paziente, è inevitabile. Quello che accade nel film è un “aborto terapeutico”: l’analisi termina prima ancora del suo inizio.

Il momento iniziale dell’analisi non può prescindere da alcune caratteristiche che l’analista dovrebbe possedere grazie alla sua esperienza di vita, al suo percorso formativo e, soprattutto, alla sua analisi personale. Una di queste caratteristiche è la comprensione, in quanto

“la mia anima non è il risultato di fattori oggettivi che richiedono una spiegazione; al contrario, essa riflette esperienze soggettive che richiedono comprensione. Per poter comprendere alcunché, dobbiamo riuscire ad averne visione come di cosa dotata di un’esistenza interiore indipendente e soggettiva, capace di fare esperienze, strettamente legata a una storia e motivata da propositi e intenzioni. Dobbiamo sempre pensare antropomorficamente, o addirittura personalmente” (Hillman, 1975, pp.52-53).

“La teoria horneyana privilegia il com-prendere intuitivo sul conoscere scientifico. La comprensione del terapeuta è l’elemento più importante in terapia” (Morrone, De Bono, 2007, p.112).

Kelman e Vollmerhausen (1967) sottolineano come, a proposito di questa comprensione intellettiva, la Horney afferma che si tratta di un processo sociale e specificatamente umano, di uno spostarsi con un aspetto del proprio essere verso la posizione sostenuta da un’altra persona, continuando, nello stesso tempo, a mantenere la propria posizione durante lo spostamento.

Anche Stefano Carta, nel suo seminario tenuto alla S.P.I.G.A. afferma che soltanto la comprensione dell’altro illumina il mito entro il quale viviamo.

È inutile sottolineare l’importanza che l’analista debba aver compreso la sua storia prima di comprendere quella dei pazienti, perché soltanto così sarà in grado di tradurre ciò che accade dentro di lui nel linguaggio del paziente, e restituire a quest’ultimo, migliorati, i concetti che ha portato in seduta (Semi, 1985).

Strettamente correlata alla comprensione è l’empatia, la “capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo” (Galimberti, 1999, p.363).

Kohut (1978) ci ricorda che attraverso l’empatia si possono raccogliere dati psicologici delle altre persone, immaginando la loro esperienza interna anche se non l’abbiamo vissuta direttamente; l’empatia è un elemento essenziale dell’osservazione psicologica e risulta essere fondamentale per lo psicoanalista che, prima di tentare di spiegarle, deve aver percepito le configurazioni psicologiche del paziente.

Semi (1997) afferma che la dote principale per svolgere la professione di psicoanalista deve essere proprio l’empatia, la quale permette di essere in sintonia emotiva con il paziente a qualsiasi livello, anche i più regressivi. Avendo già superato l’angoscia di regredire, l’analista può muoversi senza paura verso questi stadi primitivi per poi, in un secondo momento, recuperare una posizione adulta e matura che gli permetta di elaborare razionalmente, ed eventualmente comunicare al paziente, quanto ha vissuto e compreso.

Lo psicoanalista deve prestare attenzione a ciò che dice il paziente, ma la sua attenzione deve essere fluttuante (Freud, 1912). Attraverso i suoi pregiudizi, le sue inclinazioni, la sua teoria di riferimento, l’analista non deve privilegiare nulla di quello che gli viene comunicato dall’analizzato, deve invece lasciar agire il suo inconscio in modo da poter ricevere ciò che l’inconscio del paziente trasmette.

Kelman e Vollmerhausen (1967) affermano che la Horney ha elencato una serie di qualità che dovrebbero essere presenti nell’attenzione dell’analista. Esse sono: 1) maturità, franchezza, discernimento e oggettività; 2) un interesse reale nei e per i pazienti ed i loro problemi pratici nonché psicologici; 3) uno sforzo prevalente verso l’autorealizzazione ed un sincero desiderio di aiutare i pazienti a realizzare se stessi; 4) una capacità di sano coinvolgimento emotivo con il paziente; 5) una mente desiderosa di sapere con un’instancabile curiosità per i problemi stimolanti.

Il ruolo dell’analista può essere paragonato a quello di una guida alpina: offre aiuto e sostegno, ma sarà comunque il paziente ad indicare la via migliore per la sua scalata, poiché nell’analisi finale nessuno conosce meglio del paziente il suo mondo inesplorato. Nel lavoro terapeutico l’analista deve considerare il paziente come il suo miglior collega e a tal proposito possiamo ricordare le parole pronunciate da Bion in uno dei seminari tenuti a New York nel 1977:

“Mentre siamo preparati a discutere delle varie idee che abbiamo, non siamo preparati a discutere su “ciò che provo a sentirmi me stesso” […] Il paziente o la paziente ne sa molto di più di qualsiasi analista su ciò che prova a sentirsi se stesso o se stessa. Perciò è importante lavorare tenendo conto del fatto che il miglior collega che si potrà avere – oltre a se stessi – non è un analista o un supervisore o un genitore, ma è il paziente; è l’unica persona che puoi essere certo abbia la conoscenza vitale” (Momigliano, 2001, pp.116-117).

Come dice Morrone, l’analista deve essere in grado di ‘stare’ con il paziente nella situazione del qui ed ora, con ciò che porta in seduta (vissuti, emozioni, concetti e tutto quello che riguarda la sua storia) e lavorare, come afferma Bion (1970), senza memoria e senza desiderio. Soltanto così riuscirà a “vivere con il paziente nella situazione che si sta verificando in quel momento, in modo da poter davvero ascoltare quello che questi gli sta comunicando, invece di lasciarsi assordare dal fracasso che possono fare nella sua mente preoccupazioni teoriche, ricordi e desideri di vario tipo” (Momigliano, 2001, p.124).

Si potrebbe scrivere un libro sulle caratteristiche che un analista dovrebbe possedere, ma già quelle elencate finora sono più che sufficienti per permettergli, durante l’intera analisi, e a maggior ragione nel momento iniziale, di creare uno spazio di sicura accoglienza. “Offrire uno spazio di sicura accoglienza favorisce il ridursi dell’angoscia di base e permette al paziente di avvertire se stesso e le motivazioni più profonde che lo spingono al cambiamento” (Morrone, De Bono, 2007, p.112).

Soltanto in questo modo l’analista avrà la possibilità di stabilire un contatto e, successivamente, un’alleanza terapeutica con il paziente, aspetti fondamentali per iniziare insieme a lui il cammino dell’analisi, evitando il rischio di un “aborto terapeutico”. Nel film, Will intraprende un’analisi soltanto nel momento in cui incontra un terapeuta con le caratteristiche da me elencate, un terapeuta che si interesserà autenticamente a lui, senza accettare le incalzanti richieste fatte dal professor Lambeau.

Domenico Capogrossi 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Carta S. (2010), Biologia, psicologia, antropologia: la dimensione simbolica della malattia e della cura, Seminario S.P.I.G.A., Roma.

Freud S. (1912), Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, in Tecnica della psicoanalisi (1911-1912), in Opere, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974.

Galimberti U. (1999), Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Milano.

Hillman J. (1975), Re-visione della psicologia, Adelphi, Milano 1983.

Kelman H., Vollmerhausen J. W. (1967), On Horney’s psychoanalytic techniques developments and perspectives, in Wolman B. (a cura di), Psychoanalytic techniques, Basic Books, New York.

Kohut H. (1978), La ricerca del Sé, Boringhieri, Torino 1982.

Momigliano L. N. (2001), L’ascolto rispettoso, Cortina, Milano.

Morrone V. A., De Bono I. (2006), Da Karen Horney ai gruppi di formazione, in Bandini G. (a cura di), Adozione e formazione. Guida pedagogica per genitori, insegnanti ed educatori, ETS, Pisa.

Semi A. (1985), Tecnica del colloquio, Cortina, Milano.

Semi A. (1997), Trattato di Psicoanalisi, Cortina, Milano.

*Parte dell’articolo Cinema e fine analisi: interruzioni particolari pubblicato sulla rivista della Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppoanalisi “Trasformazioni. Progetto, Processo, Cambiamento”, anno V, N. 9-10, 2010.

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