L’idealizzazione di sé come difesa dall’angoscia di base

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L’individuo sofferente, costretto da più fronti a ricorrere alla fantasia per sentirsi intero, per sperimentare un sé solo in apparenza coeso, abile a fronteggiare le difficoltà ambientali, costruisce una sua immagine idealizzata. Questa costruzione fittizia è qualcosa di molto lontano dalla dimensione reale, ma comunque utile all’individuo per sopravvivere all’angoscia di base che minaccia il senso profondo dell’esistere.

Karen Horney sottolinea il carattere lusingatorio di questa immagine illusoria che il nevrotico crea e che, consciamente od inconsciamente, permette al soggetto di poter continuare a portare avanti le proprie illusioni circa la risoluzione efficace del conflitto di  base. Il nevrotico, sottolinea l’autrice, diviene arrogante, nel senso stretto del termine, perché si arroga il diritto di pensare di essere genio o santo, bello o potente e comunque tende ad allontanare la realtà dei fatti.

La caratteristica peculiare della immagine idealizzata è quella della staticità, per cui è quasi impossibile per il soggetto tendere al cambiamento e men che meno alla messa in discussione delle proprie aree grigie. Essa è una immagine fissa da idolatrare e non un ideale da perseguire con innumerevoli sforzi.

“Gli ideali genuini conducono all’umiltà, l’immagine idealizzata all’arroganza”.

La funzione fondamentale dell’immagine idealizzata è dunque quella di sostituire alla fiducia di sé una fiducia fittizia che porta il soggetto ad essere guidato da dictat esterni piuttosto che cercare di governare la propria vita. In questo contesto il mondo è visto come minaccioso e ostile e l’immagine ideale trae da questa visione maggiore linfa vitale per attecchire e svilupparsi. In realtà, il nevrotico si sente spregevole e debole, ed è costretto a rifugiarsi nell’immaginazione, costruisce cioè una immagine che evidenzi il netto contrario rispetto alla sensazione di annichilimento e faccia emergere caratteristiche particolari ed uniche rispetto al resto della gente.

Una delle funzioni principali della immagine idealizzata è quella di consentire l’annullamento e l’oscuramento dei peggiori difetti del nevrotico: egli si vedrà guidato da principi solidi ed indiscutibili e governato dalle più nobili virtù.

Ciò che il soggetto rifiuta di vedere per mezzo dell’immagine che egli crea di sé stesso è conforme al rapporto coatto che egli crea rispetto agli altri: l’immagine idealizzata cristallizza le relazioni con gli altri e consente al soggetto di rapportarsi evitando i conflitti inconsci.

“L’ammissione di certe deficienze lo metterebbe di fronte ai suoi conflitti”

La Horney, sottolinea come tale costruzione inconscia consenta al soggetto di ridefinire i termini del conflitto di base smussando ed annullando il conflitto stesso: è una “creazione artistica in cui gli opposti appaiono riconciliati”.

C’è da specificare che l’immagine idealizzata non è soltanto una mera creazione fittizia ma trae linfa vitale dai veri ideali, sopiti e sconosciuti, dell’individuo: “essa è generata da vere necessità interiori, compie funzioni molto reali ed ha un’autentica forte influenza sul suo creatore”…

Tanto più l’immagine è radicata e strutturata, tanto meno è presente la possibilità per l’individuo di esprimere il suo vero sé e di fare i conti con la propria debolezza e le proprie aree critiche. Andare oltre tale immagine è un salto nel buio di cui si ha terrore.

Una ulteriore caratteristica della immagine idealizzata è quella di essere estremamente sensibile alle critiche esterne e fragile rispetto alle difficoltà contingenti. Qualsiasi episodio che evidenzia e dimostra lo scollamento tra le esigenze rigide dell’immagine idealizzata e le effettive capacità del soggetto di adeguarsi ai suoi dettami è visto come un affronto inconcepibile e distruttivo all’intera organizzazione psichica del soggetto stesso. Egli deve imporre delle restrizioni alla sua vita per paura di esporsi a tali pericoli.

Il più grande ostacolo che l’immagine idealizzata impone al soggetto è quello di impedirgli di crescere, di migliorare, di sperimentarsi, di andare oltre, di mettersi in gioco; tutto è dato, tutto è a portata di mano, ogni cosa è raggiungibile in onore dell’immagine stessa e della approvazione degli altri, i quali sono tenuti a confermare tale assetto pena la disgregazione del soggetto e dei rapporti interpersonali.

La conseguenza di tale stato di cose è la continua e costante alienazione dal sé  da ciò che è vitale e auspicabile, da ciò che realmente interessa il soggetto.

In conclusione l’individuo che si arrende alla propria immagine idealizzata, in realtà non vive la sua vita, non comprende quali siano i propri desideri e non prende decisioni; il soggetto “non può sopportare come è in realtà” e per questo genera una immagine fittizia, statica e priva di sfaccettature.

Tutte queste conseguenze portano l’individuo verso la stasi, verso una vita senza progressi e miglioramenti, senza consapevolezza.

“L’individuo non può imparare dai propri errori perché non riesce a vederli”

La Horney ci ricorda che il compito della terapia è quello di sgretolare tale immagine partendo dalla sua analisi approfondita e dal lavoro di presa di consapevolezza che il soggetto deve compiere attraverso una relazione terapeutica efficace ed empatica per disancorarsi da essa al fine di una maggiore autenticità e serenità. è un lavoro lungo e faticoso, pieno di incertezze e dubbi; un cammino molto tortuoso, impervio ma indispensabile per scoprirsi, riscoprirsi e conquistare l’autenticità.

Bibliografia:
K. Horney – I nostri conflitti interni

Fabio Masciullo

 

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