La teoria di Fairbairn: il rapporto con l’oggetto interiorizzato

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Ormai celebre la sua affermazione basilare: “La libido è primariamente una ricerca d’oggetto”. Se per Freud la libido è prima di tutto una ricerca di piacere, ossia non ha direzionalità, per Fairbairn, la libido è primariamente una ricerca d’oggetto ossia ha una direzionalità, tende verso l’oggetto. 

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La teoria di Fairbairn è fortemente incentrata sull’esperienza della primaria ricerca relazionale da parte del bambino, condizione che, specialmente nel contesto sociale moderno, tende ad essere spesso frustrata, coincidendo con una innaturale separazione, fisica o emotiva, tra bambino e caregiver. Nel caso in cui gli oggetti si sottraggono ai primari bisogni relazionali del bambino piccolo, nel tentativo di sopravvivere al dolore intollerabile, egli è costretto a negare l’accesso alla consapevolezza dei comportamenti rifiutanti dei genitori. L’incapacità del bambino di assimilare totalmente esperienze relazionali  troppo dolorose e drammatiche, e il tentativo di preservarsi da minacce al legame con l’immagine idealizzata dei genitori, lo inducono a trovare delle strategie compensatorie che garantiscano la possibilità di conservare una rappresentazione positiva delle figure di accudimento. E’ qui che Fairbairn ipotizza l’esistenza dell’oggetto interiorizzato, elemento cardine della sua teoria, che definisce “Una struttura endopsichica distinta da una struttura egoica, con la quale una struttura egoica ha una relazione paragonabile alla relazione con una persona nella realtà esterna”

Gli elementi cattivi e non gratificanti del rapporto con l’oggetto esterno vengono attribuiti a sé stesso, mediante interiorizzazione, per essere utilizzati come sostituti degli oggetti esterni insoddisfacenti. Tanto più il bambino è frustrato nel suo bisogno relazionale, tanto più sarà costretto a creare oggetti interni.

Sulla base del rapporto con l’oggetto esterno, la relazione frustrante viene dunque internalizzata, costituendo tre forme possibili dell’oggetto interno: oggetto eccitante, oggetto rifiutante e oggetto ideale. Ognuna di queste relazioni internalizzate attrae a sé una parte dell’Io e conseguentemente scinde la sua originaria unità in tre aspetti dell’Io:

Io libidico, legato all’oggetto eccitante, preserva la speranza di una relazione soddisfacente;

Io antilibidico o sabotatore interno, legato all’oggetto rifiutante, che disprezza l’Io libidico per il suo bisogno di cure e debolezza e desidera annientare il bisogno relazionale;

Io centrale, legato agli aspetti gratificanti reali del rapporto con la madre, coincide con ciò che resta dell’Io originale, ed è ancora utilizzabile per una relazione matura con oggetti esterni.

E’ importante sottolineare che, anche se Fairbairn sottintende l’interiorizzazione dell’oggetto riferita prioritariamente a condizioni in cui l’esperienza relazionale è frustrante, dobbiamo considerare come attinente a tale concetto ogni tipo di aspetto negativo insito in qualsiasi relazione. E’ utopistico ritenere che una relazione oggettuale sia totalmente ed invariabilmente soddisfacente, ed anzi, parafrasando Fairbairn, potremmo sostenere che esistono sempre due componenti: una gratificante  e l’altra meno gratificante. Gli oggetti interni per Fairbairn sono patologici per definizione, ma partendo dal presupposto appena espresso sulla compresenza di caratteristiche opposte, potremmo suggerire che essi vengano interiorizzati in conseguenza di ogni relazione oggettuale.

Riprendendo i risultati provenienti dalla fervente attività clinica di Fairbairn, ed in particolare,  la spiegazione delle determinanti  psicogenetiche del disturbo schizoide, possiamo ipotizzare che  esso rappresenti una condizione estrema della modalità d’interiorizzare gli oggetti compensatori, che sottraggono potere alla possibilità di rapportarsi con oggetti reali.

Infatti, Fairbairn sostiene che la scissione dell’io sia alla base di tutte le psicopatologie, ma il grado di  gravità della psicopatologia è legato all’estensione della scissione dell’Io ed alla porzione dell’Io centrale rimasta utilizzabile per relazionarsi all’oggetto reale.

Di conseguenza, la condizione di equilibrio psichico è data dalla possibilità di relazionarsi agli altri non in quanto rappresentazione dei propri oggetti interiorizzati, ma per ciò che sono realmente, garantendo le precondizioni che costellano un rapporto oggettuale maturo intriso di mutualità.

A differenza del percorso intrapreso dagli aspetti non gratificanti delle relazioni, gli aspetti positivi o gratificanti vengono assimilati totalmente, creando rappresentazioni cognitive ed affettive che sono percepite dal soggetto come aspetti di sé ego sintonici o parti della propria identità. In questo concetto, Fairbairn sottintende che le rappresentazioni di sé siano frutto dell’apprendimento che deriva dalle interazioni precoci con il caregiver (Eagle, 2011).

Stefania Castiglia

Fabio Masciullo

 

 

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