La svolta relazionale. Considerazioni sulla Psicoanalisi Relazionale

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Di Fabio Masciullo

Per inquadrare in modo efficace il cambio di paradigma che la psicoanalisi ha effettuato in questo ultimo trentennio, è bene considerare almeno due periodi storici inziali nei quali il termine “relazionale” si è via via colorato di significati nuovi e più decisivi. Il primo periodo va all’incirca dagli anni 70 ai primi anni 80 e si può rappresentare attraverso il libro “le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica”, pietra miliare del 1983 a firma Mitchell e Greenberg. In questo volume gli autori effettuano una prima e decisiva differenziazione tra un modello pulsionale, energetico e un modello relazionale, nel quale sono le relazioni e i bisogni di relazione che definiscono i moventi dell’azione umana e della vita psichica. Tra questi due estremi si posizionano e vengono citati moltissimi autori psicoanalitici in modo da avere una cartina dettagliata degli atteggiamenti dei teorici rispetto alle motivazioni primarie degli individui e alle spinte che ne direzionano l’azione e quindi il rapporto con l’esterno.

Il secondo periodo va dagli anni 80 ai primi anni del 2000, dall’uscita cioè del volume “gli orientamenti relazionale in psicoanalisi”, testo fondamentale del 1988 in cui Mitchell definisce chiaramente le linee guida dell’approccio relazionale pur sottolineandone le caratteristiche di sistema aperto e ricettivo alle contaminazioni con altre scuola di pensiero e altri ambiti si ricerca scientifica (infant research, neuropsichiatria, studi etologici, fisica e filosofia). Nasce così un più definito sistema relazionale nel quale entrano a far parte teorici e clinici di due orientamenti principali, la psicoanalisi interpersonale e quella delle relazioni oggettuali.
La psicoanalisi interpersonale ha da sempre costituito in america l’ambito teorico più radicale e più incline a considerare l’ambiente, le relazioni e gli altri come i costituenti della vita psichica umana. Il clinico viene considerato come un osservatore esperto e partecipe delle dinamiche intrapsichiche e, soprattutto, interpersonali del paziente, e in costante opera di disvelamento e ridefinizione degli elementi fantastici-immaginari e di quelli contingenti-reali che il paziente mette in scena nei suoi rapporti con gli altri.
La teoria delle relazioni oggettuali, di contro, si concentra massicciamente sul mondo interno dell’individuo, sulle fantasie intrapsichiche e sul rapporto tra la realtà esterna e gli oggetti interni che via via si vanno a costituire e che determinano il comportamento successivo dell’individuo. Winnicott e Fairbairn verranno ripresi numerose volte dai teorici relazionali, soprattutto per quel che riguarda la spiegazione dell’importanza delle prime relazioni umane nel forgiare alcuni schemi di relazione disfunzionali ed impostare una attenta discussione sull’importanza di una relazione empatica, emotiva e calda tra il paziente e l’analista al fine di ristabilire un clima facilitante e fiducioso delle possibilità innate del paziente. Come più volte sostenuto da Aron e da Mitchell, è opportuno
integrare questi contributi nel modello relazionale stando attenti alle implicazioni sia teoriche che cliniche di tale azione: il rischio è quello di infantilizzare il paziente tanto da inserirlo in un quadro teorico di “arresto evolutivo”, di deficit e così facendo vedere terapia come unico momento che ha per regredire e colmare il vuoto ( nello stesso tempo il terapeuta in questo quadro ha l’esclusivo ruolo di “madre buona” e gli viene negata una esistenza più complessa e multi sfaccettata da offrire al paziente). Altro elemento imprescindibile che i teorici relazionali hanno mutuato dalla teoria delle relazioni oggettuali è stato quello dell’attenzione costante al transfert e controtransfert e rileggere la situazione analitica in termini di transfert-totale.
Nell’ottica di un cambio radicale di paradigma, è necessario inquadrare la svolta relazionale anche e soprattutto a livello di inflienze filosofiche di riferimento. Numerosi autori sottolineano il cambiamento di paradigma che la psicoanalisi ha affrontato, e sta ancora affrontando, per liberarsi dalla schiavitù positivista del pensiero freudiano e avvicinarsi ad una prospettiva costruttivista post-cartesiana (Hoffman, 1998). È interessante notare come la psicoanalisi stia virando la propria prospettiva verso un contestualismo fenomenologico e verso un’attenzione particolare ai sistemi dinamici intersoggettivi (Stolorow, 2002).
La psicoanalisi contemporanea è largamente influenzata da una visione post-moderna della realtà (Eagle, 1984) in contrapposizione ad una “visione illuministica” dell’uomo e della mente (Searle, 1998 cit. in Eagle, 2011) tanto cara a Freud.
La teoria freudiana tradizionale è pervasa dal “mito cartesiano della mente isolata” (Stolorow e Atwood, 1992). La filosofia di Cartesio divideva il mondo soggettivo in una regione interna e una esterna, separava sia la mente dal corpo che la cognizione dagli affetti, reificava e assolutizzava le divisioni che ne risultavano, e dipingeva la mente come un’entità oggettiva che ha il suo posto tra gli altri oggetti, una “cosa pensante”, che ha un interno con dei contenuti e che guarda fuori su un mondo esterno da cui è essenzialmente estraniata (Stolorow, 2002).
La psicoanalisi contemporanea, abbandonando una visione dell’inconscio ancorata al pensiero positivista cartesiano della “mente isolata” e abbracciando una teoria della mente del tutto differente, basata sui concetti di “intrapsichico” e “interpersonale” quali modalità complementari dell’esperienza (Mitchell, 1991; Aron, 2000) ha introdotto alcuni interrogativi sulla natura dell’inconscio stesso. Gli interrogativi che emergono possono essere riferiti sia ai meccanismi di funzionamento dell’inconscio, sia alla sua struttura, sia alle spinte motivazionali che lo auto-evidenziano. È evidente che si sta considerando un fondamentale…
…passaggio dall’idea classica, secondo la quale è la mente del paziente che viene studiata e in cui si pensa che la mente esista indipendentemente all’interno dei confini dell’individuo, alla nozione relazionale secondo la quale la mente è intrinsecamente diadica, interattiva e interpersonale (Giuliano, 2008).
E veniamo ora ai cosiddetti “argomenti scottanti” che gli autori individuano come importanti pilastri sui quali definire ed analizzare il modello relazionale:
1. Quante persone ci sono nella stanza d’analisi?
Nel modello freudiano e in quello kleiniano l’attore unico era il paziente. Il terapeuta era uno schermo neutro e neutrale, utilizzato dal paziente per proiettare contenuti inconsci rimossi e con il solo compito di interpretare al momento opportuno le dinamiche transferali per renderle consce ed offrirle al paziente. Persino nel modello dell’arresto evolutivo, il compito del terapeuta è quello di nutrire in maniera automatica e prevedibile il paziente deprivato. Sembra che anche in questo caso il paziente sia l’unico attore protagonista, intento com’è a prendere nutrimento dalla relazione senza che ci sia una interazione maggiormente spontanea, autentica e co-costruita. Sono nel modello relazionale sarebbe invece contemplato un modello a due, nel quale sia il paziente che l’analista co-costruiscono il setting relazionale influenzandosi vicendevolmente a livello razionale e, soprattutto, a livello emotivo ed inconscio.
2. Che cosa produce il cambiamento?
È sicuramente l’attenzione alla relazione autentica, co-costruita e partecipata, il terreno nel quale avviene il cambiamento terapeutico. Si potrebbe esprimere in questi termini “io sento che tu senti che io sento”. È la condivisione emotiva, che passa dal riconoscimento dello stat omentale dell’altro e dal riconoscerlo come altro da sé, ma pur sempre esperibile e rappresentabile, che innesca il cambiamento.
La moderna psicoanalisi, abbracciando una visione maggiormente costruttivista (Hoffman, 1998), rinnega l’inconscio freudiano e lo sostituisce con qualcosa di maggiormente fluido, sfumato e indefinito.
Emerge come i teorici contemporanei siano maggiormente interessati allo studio della funzione autoriflessiva della mente (funzione che emerge all’interno delle dinamiche intersoggettive), del processo di costruzione di nuovi nessi e legami tra esperienze emotivamente coinvolgenti ma slegate tra loro e del processo attentivo/percettivo quale chiave di volta per comprendere le operazioni difensive che cercano di allontanare l’angoscia. A tal proposito è bene precisare come le operazioni di sicurezza siano “attività interpersonali per fuggire o minimizzare l’angoscia” (Sullivan 1940, p. 300).
Una delle critiche mosse al concetto di inconscio freudiano è che esso è strutturato come un serbatoio di materiale rimosso e che tale materiale è già integralmente formato, ha cioè avuto la possibilità di essere “pensato” e poi rigettato. Tale materiale inconscio, durante l’azione terapeutica, potrà essere riabilitato alla coscienza senza perdere nessuna delle sue caratteristiche. Mitchell è scettico rispetto a tale visione e la descrive con la metafora del masso sotto il quale sono nascosti degli insetti (Mitchell, 1998).
3. C’è dunque una tecnica?
Il modello relazionale, come quello interpersonale dal quale largamente deriva, si costituisce più come un approccio che come una tecnica. In questa visione non esiste la “procedura” giusta applicabile in tutte le situazioni con esiti certi. Ogni
paziente viene visto come unico (Horney; Morrone), come immerso una matrice relazionale nella quale grande importanza hanno le interazioni con il terapeuta e con gli altri significativi.
Anche l’analista non ha una missione prestabilita, ad esempio l’alfabetizzazione emotiva o una funzione alfa “digestiva” tout court. La relazione terapeutica secondo il modello relazionale non può essere teleguidata da procedure o tenciche prestabilite, ma nutrirsi di uno sguardo olistico.

Fabio Masciullo

LINGIARDI V. , AMADEI G. , CAVIGLIA G. , DE BEI F. , (CUR.) La svolta relazionale. Itinerari Italiani. Raffaello Cortina Editore, 2011

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