La relazione terapeutica: la dimensione “femminile” in psicoanalisi

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di Fabio Masciullo

Per poter definire e descrivere le caratteristiche femminili, “il Femminile”, all’interno di un ambito complesso come quello del comportamento umano e, nello specifico, all’interno delle interazioni che si svolgono nel setting analitico, sono importanti alcune precisazioni. Nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si legge: «tutti gli uomini nascono liberi ed uguali…». Ma essere uguali vuol dire essere “identici”? Oppure l’uguaglianza è l’espressione di un insieme di differenze che non ci fanno apparire poi “così diversi”? Si potrebbe dire che l’uguaglianza vive nella diversità.

Ma cosa vuol dire diversità e cosa differenza? Come possiamo affermare che maschile e femminile sono due dimensioni importanti, sono due “entità differenti” sulle quali è lecito spendere tempo a disquisire dal punto di vista psicoanalitico?La diversità ha in sé l’idea di “scarto dalla norma”, di dissomiglianza, di distanza da ciò che si ritiene comune, abituale, socialmente condiviso e accettato. Parlare di diversità presuppone avere un punto di riferimento comune grazie al quale orientare le successive percezioni.

La differenza è invece

un patrimonio di ricchezze che allo stato potenziale, in misura più o meno grande, si trova in ciascuna persona; con differenza rimandiamo agli elementi distintivi che contrassegnano ogni essere umano. La differenza è considerata espressione della pluralità dei modi con i quali l’umanità si manifesta, come varietà di risorse, opportunità di arricchimento reciproco, fattore che qualifica le relazioni intersoggettive (Falchi, 1998).

È sul riconoscimento delle differenze che si gioca la partita della conquista dell’identità e della sensazione di essere un “sé”. È nel riconoscimento delle differenze, nel riconoscimento dell’altro, che si struttura l’identità.

L’identità, paradossalmente, si definisce in negativo. Pensate un attimo al bambino che, pian piano, sperimenta di essere altro dalla madre. Questo dipende sia dalla madre che dal bambino, è un processo diadico. È questo che consente al neonato di sentirsi “differente” e di costruire uno stato potenziale in cui il sé può iniziare ad essere sperimentato, sebbene in maniera grezza e molto approssimativa. Non essere te vuol dire essere, esistere.

In una fase iniziale, dal punto di vista del neonato, la madre non può e non deve essere frustrante. Successivamente, la percezione del bambino di avere a che fare con una madre frustrante lo conduce verso la strutturazione del sé. Winnicott sottolinea come la struttura del sé (sebbene Winnicott parli di “Io”, quello che descrive è molto simile al sistema del Sé) si costituisca attraverso la percezione della minaccia di annichilimento che però, alla fine, non si realizza. La fiducia nella risoluzione positiva, nelle esperienze positive successive alla frustrazione, è la condizione necessaria per la strutturazione dell’io.

E qui è presente un altro tema fondamentale: la fiducia. Il bambino che ha fiducia nella madre ed in ciò che di buono lei ha da offrire nella relazione con lui (l’uso dell’oggetto winnicottiano), pian piano acquista un senso di sé sempre più strutturato. Acquisisce una identità.

Ritengo che il dibattito su maschile e femminile ci deve portare a discutere sul concetto di identita’ e, soprattutto sul vissuto di autenticità:

Heidegger nota che nella parola “autentico” è inclusa la radice greca “autov” , che significa “se stesso”; qualcosa è autentico quando è se stesso fino in fondo. Si può parlare di esistenza autentica quando l’esser-ci, soggetto dell’esistenza, compie scelte vere, appunto “autentiche”, quando cioè nelle scelte mette in gioco se stesso.

Ma cosa vuol dire essere “se stessi”?

Più volte è stato ribadito quanto sia importante per il neonato agire in un ambiente “sufficientemente buono”, “contenitivo”,  organizzare il proprio sé ed esprimerlo in modo autentico, strutturare cioè un sé coeso (Kohut) ed aprirsi alla relazione con l’altro, alla dimensione intersoggettiva (Stolorow; Atwood), poter ambire all’integrazione tra una naturale tendenza all’individuazione ed una all’adattamento all’ambiente (Jung; Horney), cioè oscillare tra, ed infine integrare, due differenti approcci relazionali: la dipendenza e l’autonomia (Mitchell).

Lo studio del primitivo rapporto madre-bambino e l’attenzione verso le delusioni e le frustrazioni che il bambino sperimenta in tale relazione possono illustrare ed ampliare l’indagine sull’esordio e l’evoluzione della psicopatologia, ma soprattutto ci illuminano circa la genesi del concetto di identità e di autenticità e gettano le basi per la comprensione delle modalità relazionali più efficaci che permettono all’analista di comprendere l’altro e sostenerne la crescita.

Se si abbandona la visione freudiana dell’essere umano, popolata da pulsioni biologicamente determinate, in conflitto con la realtà circostante, e si abbraccia una visione della psicopatologia che considera fondamentale il contributo dell’ambiente di riferimento nella genesi delle nevrosi e delle psicosi, è opportuno evidenziare il ruolo di chi si prende cura del neonato (la madre). Questo ci permette di comprendere come il bambino pian piano si adatti alle circostanze esterne, strutturi il suo mondo relazionale (le relazioni interpersonali) e, allo stesso tempo, organizzi quello interno (le relazioni oggettuali) in una modalità peculiare che evidenzia e rispecchia la qualità delle relazioni con l’ambiente stesso, ed in particolare con il caregiver.

Che senso ha, dunque, parlare di femminile in psicoanalisi? Cosa è la psicoanalisi? Il rischio si scivolare in angusti anfratti metapsicologici, o peggio ancora, di scomodare alchimie e mitologie, a mio parere molto poco utili, rischia di confonderci rispetto a ciò che la psicoanalisi in realtà è: una particolare relazione umana tra due persone. Parlare di femminile in psicoanalisi diventa dunque un tentativo di evidenziare le caratteristiche femminili presenti nella relazione terapeutica, con un focus particolare sugli elementi trasformativi che permettono all’analista di comprendere l’altro, di supportarlo nel lungo processo di integrazione ed espressione autentica del proprio sé.

Se c’è accordo su questo, gli elementi femminili presenti nella relazione terapeutica devono necessariamente essere molto simili a quelli che la madre agisce all’interno della diade madre-bambino e che permettono al neonato di strutturare un solido senso di sé.

Mi preme riportare ciò che Bacal e Newmann scrivono rispetto all’opera di Ian Suttie e che ben si sposa con ciò che stiamo affermando in questa sede:

In accordo con Suttie (…) La propensione del paziente ad aver fiducia nell’analista è funzione del transfert positivo, che Suttie equipara all’amore. Questo amore deve essere tale da permettere al paziente di assumersi il rischio di poter provocare odio nell’agire con l’analista l’ambivalenza nei confronti della propria madre. Come può dunque l’analista alimentare lo sviluppo di questo sentimento di fiducia nei propri confronti? Egli non deve tanto rispondere al suo paziente con gli stessi sentimenti da lui messi in gioco, ma comunicare, tramite la propria comprensione, di aver afferrato qualcosa di essi. In questo modo si stabilisce una “comunione di sofferenza”. Suttie fa proprio il motto di Ferenczi che “l’amore del medico guarisce il paziente” dove per amore egli intende “una rispondenza di interesse e di sentimenti e non sessualità inibita nella meta”.

Non è forse questa una delle caratteristiche della relazione terapeutica che più sorprendentemente si avvicina a ciò che una madre deve fare per poter condurre il neonato verso la strutturazione di un solido senso di sé? È questa una delle caratteristiche femminili più importanti che qualsiasi terapeuta, maschio o femmina che sia, deve tenere a mente per poter comprendere realmente un altro soggetto, un soggetto sofferente che spera ancora di poter vivere una vita più piena e soddisfacente.

la disponibilità di un genitore riflessivo aumenta la probabilità che nel bambino si sviluppi un attaccamento sicuro, il quale, a sua volta, facilita lo sviluppo di una teoria della mente. Sulla scorta di questi studi noi assumiamo che una relazione di attaccamento sicuro fornisca il contesto ideale al bambino per esplorare la mente del genitore, poiché, come ci ha insegnato Hegel (1807), è solo attraverso la conoscenza della mente dell’altro che il bambino sviluppa il pieno possesso della natura degli stati mentali. Tale processo è intersoggettivo: il bambino giunge a conoscere la mente del genitore così come il genitore cerca di comprendere e contenere gli stati mentali del bambino. (…) “penso, dunque esisto” non può funzionare come modello psicodinamico della nascita del sé; “la mamma pensa a me come a qualcuno che pensa e dunque io esisto come essere pensante” è la formulazione probabilmente più vicina al vero (Fonagy).

Oltre ad essere una canzone straordinaria, pirotecnica ed emozionante, frutto del genio creativo della rock band The Who, “The Real Me” è anche la prova della necessità di pensare a quegli elementi “femminili” che caratterizzano la psicoanalisi come una relazione umana fondata sul riconoscimento di sé e dell’altro, sulla sintonizzazione emotiva, sulla fiducia reciproca e sull’autenticità:

Sono tornato dal dottore
Per farmi dare un’altra strizzata
Gli ho dovuto raccontare il mio fine settimana,
Ma lui non fa mai trapelare i suoi pensieri
Riesci a vedere il vero me, dottore?
Sono tornato da mia madre
Le ho detto “ma’, sono matto, aiutami”
Ha detto “so come ci si sente, figlio mio,
Perché è di famiglia”
Riesci a vedere il vero me, madre?

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