La psicoanalisi contemporanea e la mente relazionale

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Le considerazioni  qui esposte nascono dal bisogno di sistematizzare alcuni contributi emersi in psicoanalisi, ed in particolare nella psicoanalisi interpersonale, e che riteniamo significativi per meglio comprendere l’evoluzione del concetto di inconscio.

Premessa indispensabile per avere una visione di insieme quanto mai completa (visione olistica, per usare una terminologia cara alla Horney) è quella di parlare dei mutamenti epistemologici della psicoanalisi contemporanea partendo dalle premesse filosofiche che li hanno determinati.

Numerosi autori sottolineano il cambiamento di paradigma che la psicoanalisi ha affrontato, e sta ancora affrontando, per liberarsi dalla schiavitù positivista del pensiero freudiano e avvicinarsi ad una prospettiva costruttivista post-cartesiana (Hoffman, 1998). È interessante notare come la psicoanalisi stia virando la propria prospettiva verso un contestualismo fenomenologico e verso un’attenzione particolare ai sistemi dinamici intersoggettivi (Stolorow, 2002).

La psicoanalisi contemporanea è largamente influenzata da una visione post-moderna della realtà  (Eagle, 1984) in contrapposizione ad una “visione illuministica” dell’uomo e della mente (Searle, 1998 cit. in Eagle, 2011) tanto cara a Freud.

La teoria freudiana tradizionale è pervasa dal “mito cartesiano della mente isolata” (Stolorow e Atwood, 1992). La filosofia di Cartesio divideva il mondo soggettivo in una regione interna e una esterna, separava sia la mente dal corpo che la cognizione dagli affetti, reificava e assolutizzava le divisioni che ne risultavano, e dipingeva la mente come un’entità oggettiva che ha il suo posto tra gli altri oggetti, una “cosa pensante”, che ha un interno con dei contenuti e che guarda fuori su un mondo esterno da cui è essenzialmente estraniata (Stolorow, 2002).

Freud postulò un uomo in perenne conflitto tra le spinte pulsionali interne e le restrizioni della società esterna, un conflitto intrapsichico che vedeva protagonista l’Es. Agli albori di questa visione vi è la filosofia di Platone, che vede l’uomo abitato da passioni irrazionali in conflitto con la voce della ragione e della realtà esterna. L’essere umano freudiano è pre-determinato biologicamente e spinto ad agire in base a costituenti fisiologici (le pulsioni). La visione freudiana si basa dunque sullo sviluppo di relazioni oggettuali pre-derminate e mosse da contenuti intrapsichici: sono le pulsioni che spingono l’individuo a relazionarsi con gli altri. Per Freud la relazione tra pulsione e oggetto è contingente, ed è basata sulla ”inadeguatezza dell’appagamento allucinatorio del desiderio” nel ridurre gli stimoli (Eagle, 2011). La proposta freudiana è

Una spiegazione fondamentalmente basata sul biologico di cui lo psichico rappresenta l’epifenomeno. Una spiegazione decisamente interna all’organismo di cui lo psichico è espressione e conseguenza (Minolli, 2004).

È’ interessante notare come il pensiero di Freud abbracci in pieno la cosiddetta “visione illuministica” nel momento in cui postula una distinzione tra energia e oggetto (massa) (Greenberg; Mitchell, 1983). La moderna psicoanalisi, cambiando drasticamente il punto di osservazione, ha abbracciato i contributi della fisica moderna, per la quale non vi è nessuna distinzione tra energia e oggetto: l’oggetto è energia (vedi Einstein).  Infatti, “il paradigma di Freud era Newtoniano e basato sull’energia, ma il suo algoritmo è pragmatico e non legato al paradigma” (Levenson, 1983).

Solo così è possibile comprendere perché i teorici più tenacemente contrari a Freud, nel postulare che i bisogni dell’essere umano siano bisogni di relazione (Sullivan, Horney, Fairbairn, Fromm) non hanno più avuto la necessità di ipotizzare un’ energia psichica svincolata ed indipendente dall’oggetto. L’oggetto possiede in sé l’energia indispensabile per “muovere” il soggetto verso l’incontro.

L’altro polo storico dell’evoluzione del pensiero psicoanalitico è stato quello proposto da Fairbairn (1952), il polo dell’oggetto. Ormai celebre la sua affermazione basilare: “La libido è primariamente una ricerca d’oggetto”. Se per Freud la libido è prima di tutto una ricerca di piacere, ossia non ha direzionalità, per Fairbairn, la libido è primariamente una ricerca d’oggetto ossia ha una direzionalità, tende verso l’oggetto (Minolli, 2004).

La moderna psicoanalisi è dunque molto lontana dalle formulazioni freudiane e dalla matrice filosofica positivista. Sono altri i presupposti filosofici degli studiosi contemporanei: le idee di Vattimo, Sartre, Heidegger, Hegel, Deleuze. Secondo Vattimo la verità non avrebbe valore oggettivo, ma sarebbe solo una delle differenti prospettive; la logica sarebbe un’altra forma di retorica (Eagle); Sartre critica gli studiosi positivisti che ritenevano, a torto, che dall’osservazione di fatti concreti potessero giungere a leggi universali (Sartre cita spesso la fenomenologia di Husserl e la visione della psicologia come scienza dell’interpretazione della realtà che rifiuta qualsiasi forma di assimilazione dei fenomeni psichici ai fatti). Per Heidegger, l’uomo è “nel-mondo” sin dall’inizio, non è mai isolato, ma in costante relazione con la realtà esterna; Hegel concepisce la mente all’interno di una matrice intersoggettiva: essa diventa conscia di sé soltanto attraverso la consapevolezza di un’altra mente che la percepisce come mente (Aron, 2000); infine, dice Deleuze:

“Perché accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale e ci vogliono due livelli, bisogna essere in due, allora accade qualcosa. (…) Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice ‘desidero la tal cosa’ significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro” .

Anche Donnel Stern ritiene che la conoscenza sia una dimensione interpersonale: nonostante il cervello sia individuale, esiste una funzione, la mente, intesa come fenomeno interpersonale (Grasso, 2007). Persino i teorici dell’attaccamento “si concentrano non sulle pulsioni, sui loro derivati e sui conflitti che ne risultano, ma sullo sviluppo del Sé e del Sé in relazione all’altro” (Fonagy, 1999, pag. 2).

Ed è qui che intendiamo introdurre una nuova ipotesi: la psicoanalisi contemporanea, abbandonando una visione dell’inconscio ancorata al pensiero positivista cartesiano della “mente isolata” e abbracciando una teoria della mente del tutto differente, basata sui concetti di “intrapsichico” e “interpersonale” quali modalità complementari dell’esperienza (Mitchell, 1991; Aron, 2000) ha introdotto alcuni interrogativi sulla natura dell’inconscio stesso. Ci preme sottolineare che gli interrogativi che emergono possono essere riferiti sia ai meccanismi di funzionamento dell’inconscio, sia alla sua struttura, sia alle spinte motivazionali che lo auto-evidenziano. È evidente che stiamo considerando un fondamentale

passaggio dall’idea classica, secondo la quale è la mente del paziente che viene studiata e in cui si pensa che la mente esista indipendentemente all’interno dei confini dell’individuo, alla nozione relazionale secondo la quale la mente è intrinsecamente diadica, interattiva e interpersonale (Giuliano, 2008).

Fabio  Masciullo

 

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