La genitorializzazione. Quando i figli diventano adulti prima del tempo

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Il termine genitorializzazione si riferisce alla “distorsione” del rapporto da parte di una figura della famiglia che, in fantasia o attraverso un comportamento di dipendenza, si comporta come se gli altri (partner o figli) fossero i propri genitori.

Non si tratta, comunque, di un aspetto necessariamente patologico: per esempio qualora coinvolga i figli impegnati nello sperimentarsi occasionalmente in ruoli futuri nei quali saranno maggiormente responsabili, come in una sorta di allenamento. Purtroppo, la genitorializzazione è più spesso presente in contesti dove gli obblighi carichi di sensi di colpa impongono ai membri un comportamento forzato.

All’interno dell’equilibrio dei rapporti familiari, la genitorializzazione assume un significato preciso in relazione agli attori coinvolti: un partner può genitorializzare l’altro, regredendo ad una fase di sviluppo antecedente e imponendo all’altro di manifestare un comportamento di cura, difesa e accudimento; un adulto genitorializza un figlio, prende il suo posto e lo trasforma in un adulto con un comportamento eccessivamente maturo e coscienzioso per la sua età.

Ivan Boszormenyi-Nagi e Geraldine Spark, due dei più importanti autori che hanno analizzato il ruolo ed il significato della psicopatologia all’interno del tessuto familiare, si chiedono quale sia il vantaggio e quali effetti possa avere questo comportamento sui figli.

In un adulto che genitorializza un figlio emerge ed è soddisfatto un antico bisogno di sicurezza, così come un bisogno di riottenere il legame col genitore e sperimentare con lui un rapporto nuovo, e a lungo desiderato, basato sulla cura e l’accudimento.

Nei rapporti familiari la dimensione più importante è quella del “possesso-perdita” delle persone amate. È da qui, dal vissuto emotivo sottostante, che si creano le basi per la creazione dell’unità familiare. La perdita di un figlio, intesa anche solo come separazione per maturazione e crescita, è un aspetto che genera sofferenze profonde. Il figlio, d’altro canto, sperimenta il processo di separazione-individuazione con enormi sensi di colpa e con la consapevolezza di essere oggetto del risentimento velato dei genitori.

Prendendo in esame la genitorializzazione come “modello strutturante relazionale”, gli autori sottolineano un aspetto del fenomeno connesso all’assegnazione dei ruoli all’interno del sistema:

1. In un matrimonio equilibrato, entrambi i coniugi hanno aspettative di reciproca genitorializzazione e tendono a formare un modello simmetrico. Si nota una alternanza di richiesta e di offerta d’accudimento.

2. Nella genitorializzazione dei figli, invece, è ben presente la regressione di uno o di entrambi i genitori a comportamenti infantili, immaturi, così che il figlio è costretto ad interpretare un ruolo di collante/stabilizzante del matrimonio e gli viene impedito di ricercare una sana emancipazione dalla famiglia.

3. Esistono casi di “repubblica dei fratelli”, situazioni nelle quali la fiducia e la sicurezza vengono ricercate e trovate all’interno della cerchia fraterna, piuttosto che da genitori dipendenti e inaffidabili. Sono casi in cui i fratelli, attraverso reciproche funzioni di genitorializzazione, riescono a trovare una stabilità nonostante le circostanze.

Attraverso la metafora biblica del sacrificio di Isacco da parte di Abramo, gli autori evidenziano quanto chi interpreta un ruolo sacrificale (il capro espiatorio) contribuisce alla genesi della lealtà familiare: come per Isacco nel racconto biblico, il sacrificio diventa un gesto carico di forza coesiva. La persona che offre se stessa in sacrificio è anche quella che detiene il potere maggiore all’interno del sistema, e che ne controlla le sorti. È il caso del figlio “sacrificalmente genitorializzato”, che viene visto dagli autori sia come un collaboratore volontario dell’omeostasi familiare, che come un vero e proprio vincitore. Il capro espiatorio diventa così un elemento da proteggere, da commiserare, che ottiene una ricompensa emotiva considerevole.

Vi sono poi ruoli silenti che contribuiscono comunque alla genitorializzazione dei figli. Uno di questi è il ruolo del “fratello sano”, modello di salute e di risultati virtuosi. Gli autori notano come questa sia una visione di facciata: il “fratello che sta bene” è in realtà malato tanto quanto il paziente designato, se non di più. A volte ha voti pessimi a scuola, è emarginato dagli altri, ha problemi relazionali. È spesso vittima di sensi di vuoto, di depressione  e di sconforto. È una figura silenziosa ma chiave per comprendere come si strutturi e si organizzi la famiglia caotica (es: il caso della sorella di una delinquente che, apparentemente sana e lodata dalla famiglia, meditava il suicidio).

Le basi relazionali della genitorializzazione sono inscritte nel singolo genitore prima del matrimonio: ciascun membro della coppia genitoriale arriva al matrimonio con aspettative consce ed inconsce rispetto al rapporto. La somma delle aspettative reciproche costituirà l’insieme dei valori familiari che governeranno le relazioni successive. Un esempio di questo potrebbe essere: “se tu non tocchi la mia famiglia, io lascerò stare la tua”. Questa è, secondo gli autori, la cosiddetta “autorità interiorizzata censoria prescrittiva che guida il comportamento dei vari membri”. Tale comportamento etico è inseparabile dai rapporti di lealtà, esso deriva dal rapporto interiorizzato con i propri genitori.

Nello specifico la genitorializzazione è comunque una scelta del sistema familiare e non del genitore singolo. A volte i genitori sono a loro volta persone genitorializzate. È importante notare quanto i figli di famiglie prive di confini precisi vengano “testati” dalla famiglia stessa per quel che riguarda la loro lealtà al nucleo d’origine: in caso di matrimonio, tali figli sono più fedeli alla famiglia di origine o alla nuova famiglia? È qui che gli autori introducono il concetto di “impegno”. Tali figli hanno maggiori difficoltà a prendere impegni del genere, ossia a sposarsi e a costruire nuove famiglie, ad essere genitori. Dicono gli autori: “ le persone con un’identità amorfa tendono ad essere legate all’infinito a rapporti simbiotici, che non cambiano mai, come se i loro confini della personalità coincidessero con quelli della famiglia”. Ciò deriva anche e soprattutto da una mancanza di separazione dei genitori di tali famiglie rispetto ai propri genitori.

Il rapporto genitore-figlio è un sistema regolato dalla lealtà, con computi di meriti precisi. L’esempio citato dagli autori di una madre che scrive una lettera al fidanzato della figlia schizofrenica prima delle loro nozze, sottolinea quanto, spesso, il sentimento di tradimento sia più potente della contentezza per un futuro matrimonio della figlia (e della sua maturità/separazione).

Un altro esempio è quello di una ragazza che non riesce a trovare lavoro, o che abbandona dopo pochi giorni di prova, perché la madre, in un momento emotivamente molto carico, le ha detto che senza di lei la famiglia sarebbe andata in pezzi: “legami simbiotici senza termine che vincolano figli psicotici o gravemente nevrotici di solito si basano sulla paura di tradire un obbligo”.

Bibliografia:
Ivan Boszormenyi-Nagi/Geraldine Spark, Lealtà invisibili: La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio, Roma.

Fabio Masciullo

 

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