Jung e il dialogo con l’inconscio: Anima e Animus

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I tentativi di sviluppo nevrotico, sono forme di alienazione dal sé. La Persona, vittima di tale modalità di sviluppo, è impossibilitata ad affermare la propria individualità, resta avviluppato alle richieste della collettività e alle sue imposizioni, alle sue apparenti sicurezze. Le considerazioni precedenti possono far pensare che realizzare il proprio sé voglia dire andare contro la collettività, divenire individualista. Ma Jung ci tiene a precisare l’enorme differenza tra individualismo e individuazione. Il processo di realizzazione del sé è chiamato da Jung “individuazione” in quanto lo sviluppo delle peculiari caratteristiche individuali altro non fa se non rendere il soggetto maggiormente in grado di “funzionare” nella collettività.  I processi inconsci, strettamente legati alla coscienza nel costituire il sé, aiutano la parte consapevole attraverso la compensazione. Le immagini collettive che vengono utilizzate nei processi inconsci, soprattutto nel sogno, giustificano l’affermazione secondo cui il nevrotico è tale perché ha conflitti di relazione, riferibili al contesto collettivo. Il processo inconscio cerca di compensare la mancanza di consapevolezza delle cause dei conflitti producendo immagini comprensibili a livello relazionale, immagini chiare per l’intera collettività. Ne sono esempi le immagini di Personaggi illustri o di luoghi particolari quali castelli e palazzi signorili presenti nei sogni che esprimono difficoltà di relazione o quando vi è il bisogno di sperimentare rapporti asimmetrici, nei quali credersi superiori.

C’è da evidenziare che l’inconscio, così come descritto, può apparire esclusivamente reattivo alla coscienza, rispondente alle sue difficoltà. L’inconscio è, anche e soprattutto, un’attività autonoma e produttiva, affiancata alla coscienza, una realtà propria. Persino le popolazioni primitive hanno colto il lavoro dell’inconscio, il suo prodotto, sebbene in termini alquanto differenti da come lo può cogliere l’esperto psicologo. I fattori psichici prodotti autonomamente dall’inconscio sono, secondo le popolazioni primitive, “spiriti”, avvertiti come estranei e opposti alle anime individuali, seppur in relazione. L’errore che commettono è percepire gli spiriti come elementi esterni all’Anima, a loro stessi.

Il complesso paterno o materno, così come inteso da Jung, è affine all’idea dell’esistenza degli “spiriti”, delle apparizioni dei genitori, specialmente in sogno. La differenza tra l’esperto psicologo e l’ingenuo pensatore sta nel collocare tali prodotti nella sfera intrapsichica oppure nel mondo esterno. Infatti “il primitivo parla allora di spiriti dei genitori che ritornano di notte, il moderno dà a ciò il nome di complesso paterno o materno”. Per Jung, l’imago parentale nasce sia dalle influenze reali dei genitori che dalle reazioni del bambino, è un prodotto co-costruito di esperienze reali e rappresentazioni individuali, ma difficilmente il soggetto coglierà appieno e  in modo conscio quanto l’imago sia intrapsichica, un prodotto mentale soggettivo. “Il complesso rimane in certo modo sospeso tra conscio ed inconscio (…) affine da un lato al soggetto della coscienza, ma da un altro lato esistenza autonoma e come tale opposto alla coscienza”. È opportuno sottolineare che siffatti complessi non sono ancora pienamente integrati alla coscienza e costituiscono il presupposto per un’ulteriore analisi integrativa.

I cosiddetti “spiriti dei genitori” costituiscono, dunque, le imago parentali, aspetti inconsci rigettati dalla coscienza, elementi “estranei”, fuori dalla mente. Ciò che nell’infanzia costituiva una influenza molto reale e importante (le figure genitoriali in tale fase sono preponderanti per lo sviluppo psichico dell’individuo) è, nella fase adulta, relegata nell’inconscio. Altre figure tendono a costituire elementi di immediata influenza ambientale: per l’uomo tale figura è quella femminile. Per un uomo adulto la donna con la quale condivide la quotidianità è pressappoco sua coetanea, ha lo stesso stile di vita, lo accompagna attraverso le restanti fasi dell’esistenza. Anche essa, alla stregua delle figure genitoriali, pian piano si costituisce come imago, non da rigettare, come per quella dei genitori, ma da tener viva per consultarla e come fonte di informazioni preziose. Esiste, però, anche un’altra dimensione del femminile, presente in ogni individuo. È una componente intrinseca all’uomo, strettamente associata alla dimensione maschile. Per Jung “il genere femminile del complesso dell’Anima” può trovare una spiegazione, “oltre che nell’influenza della donna, anche nella femminilità propria del maschio”. È questa una qualità importante dell’Anima dell’uomo, contenere in sé elementi femminili e maschili. Molto spesso l’uomo cerca di reprimere gli aspetti femminili della sua Personalità, relegandoli nella sfera inconscia. Tale movimento altro non fa se non trasformare elementi vitali e ricchi di contenuti in elementi coatti, che agiscono in sordina, celandosi alla consapevolezza.

La psiche umana si costituisce in modo innato e tale costituzione presuppone l’esistenza di elementi femminili e maschili associati. Ciò spinge Jung ad affermare che qualsiasi individuo ha in sé sia il femminile che il maschile. Jung allarga però la sua visione includendovi molte immagini virtuali, contingenti ed emergenti in virtù di una certa e precisa struttura delle cose e dei fatti del  mondo, in virtù di determinate potenziali relazioni. Si vengono così a creare immagini virtuali tante quante sono le figure con le quali ci relazioniamo. Sono categorie a priori di natura collettiva, inconsce e prive di contenuto. Acquistano pregnanza e contenuti ogni volta che l’individuo le “colora” con avvenimenti reali, con relazioni. Si traducono in atto ogniqualvolta l’individuo affronta una situazione reale. Sono il “sedimento di tutte le esperienze della serie degli antenati, ma non sono queste esperienze stesse”. Proprio per tale ragione, nell’uomo è presente, tra le altre, l’immagine ereditaria collettiva della donna.

Jung è molto chiaro: parla infatti di “un complesso psichico semiconscio con funzione parzialmente autonoma”. Nell’economia della dialettica junghiana, ad un’Anima si contrappone una Persona: i due elementi sono in relazione compensatoria. Ad una Persona rigidamente costituita, immagine del “dover essere” frutto dell’impotente adattamento dell’individuo nevrotico alle esigenze della realtà esterna, si contrappone un’Anima sempre più femminile, relegata nell’inconscio ed impossibilitata a diventare cosciente nel momento in cui l’individuo si sia rigidamente identificato con la Persona. Nel processo di individuazione, il dialogo con l’Anima e la differenziazione da essa sono processi molto complessi, complicati dalla natura inconscia dell’Anima stessa. Dall’Anima “non ci si può distinguere che con difficoltà, appunto perché è invisibile”.

“Io ritengo che per certi uomini moderni sia necessario rendersi conto della loro differenza non solo dalla Persona, ma anche dall’Anima”.

Essendo un complesso autonomo, inconscio, esso viene proiettato sulle donne che si incontrano nella vita reale, dalla madre alla propria moglie. La proiezione sulla madre, prima portatrice dell’immagine dell’Anima, è un aspetto affascinante e complesso, una fase molto delicata, da affrontare con la massima attenzione. Così come il padre diventa il modello della Persona, così la madre risulta essere la figura di riferimento per esigere comprensione e protezione contro i dettami oscuri interni. Nell’uomo moderno, la protezione offerta dalla figura materna viene spostata, in seguito, sullideale matrimoniale, in modo tale che la moglie assume su di sé il ruolo materno. Ma come investigare, in generale, “le ragioni recondite della tendenza dell’Anima”?

La prima operazione da intraprendere è “l’obiettivazione dell’Anima”, il percepirla come interlocutrice alla quale porre domande su questioni che riguardano le difficoltà relazionali (ad es. “perché vuoi questa separazione?”). Tutto ciò per consentire “all’altra parte” di emergere come attrice antagonista non più nascosta, bensì in grado di esprimere la sua visione.

Fino a questo punto Jung espone un modello che include esclusivamente la psicologia maschile: l’Anima è una figura che compensa la coscienza maschile. È a questo punto che viene introdotta la figura inconscia compensatrice della coscienza femminile: l’Animus.

Nasce qui la difficoltà del pensatore di genere maschile, scrive Jung, di relazionarsi con la psiche femminile. La tendenza della donna è quella di curare, molto più dell’uomo, la sfera relazionale, gli aspetti emotivi e sentimentali. Da ciò se ne deduce che la controparte inconscia di tale modus operandi della coscienza femminile sia un Animus che tende a generare opinioni, dati, fatti, ma in modo aprioristico, plasmare premesse inconsce figlie di principi indeterminati, disancorati dalla realtà dei fatti.

L’Animus è una pluralità: nella dialettica con la coscienza si costituisce come una istanza morale che indica ciò che deve essere fatto, sentenzia e ordina, come accade nelle “assemblee dei padri” (ibidem). Le argomentazioni riportate dall’Animus sono il frutto di reminiscenze infantili, opinioni e pensieri ascoltati in passato che, svincolati dai significati originali, si ripresentano come fredde sentenze inconsce “ammucchiate insieme in un canone di media verità, giustezza e ragionevolezza”.

Come per l’Anima, anche l’Animus è proiettato. Gli uomini perdono la loro reale natura, le loro particolarità, e diventano tele bianche sulle quali proiettare gli elementi inconsci dell’Animus, caratteristiche di onniscienza e rigore, peculiarità paternalistiche e didattiche.

Così come per l’Anima esiste la tecnica dell’obiettivazione, anche l’Animus dovrebbe essere inteso come interlocutore col quale relazionarsi, per mettere in discussione le rigide opinioni e sentenze delle quali è portavoce. Una donna che non riesce a dialogare con i propri aspetti inconsci riferiti all’Animus e viene soggiogata da tali elementi, perde la sua femminilità e compromette la funzione compensatrice della Persona, la sua importanza nell’equilibrio e nella dialettica conscio-inconscio.

Per concludere, Anima e Animus, almeno fintanto essi restino inconsci, sono complessi autonomi, personalità indipendenti all’interno della psiche individuale, retaggio di aspetti collettivi, elementi in contatto con la Persona, in dialogo costante con essa, sebbene in termini di sabotaggio/opposizione. La presa di coscienza di aspetti inconsapevoli legati all’Anima e all’Animus è garanzia di una loro esplicitazione in termini di “funzioni psichiche” e non più come nuclei autonomi incontrollati.

Bibliografia:
C.G. Jung – L’Io e L’inconscio. Bollati Boringhieri; 1977

Fabio Masciullo

 

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