L’inconscio nella Psicoanalisi Interpersonale

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Il punto di vista del “modello strutturale delle relazioni” così come inteso da Greenberg e Mitchell (1983), considera importanti le relazioni con gli altri (l’ambiente e il contesto) e non le pulsioni come chiave per comprendere l’origine del funzionamento mentale e, dunque, della psicopatologia.

Si è spesso discusso di come la psicoanalisi relazionale, quella intersoggettiva e quella interpersonale vengano accusate di trascurare l’inconscio. Ciò deriva da un fraintendimento di fondo sulla natura del funzionamento psichico e sulla struttura delle dinamiche inconsce. Il cambiamento di paradigma che ha coinvolto la psicoanalisi ha permesso ai teorici più innovativi di liberarsi di alcuni costrutti obsoleti e di svilupparne altri in linea con le attuali concezioni della mente e, di contro, ha ingigantito il divario tra  la visione classica freudiana e quella attuale circa il concetto di inconscio. Per tutte le varie prospettive relazionali, infatti, l’inconscio si forma in una matrice relazionale, ovvero nelle prime relazioni dell’individuo con il suo ambiente.

Negli scritti di Karen Horney e degli interpersonalisti è difficile comprendere quale sia la loro visione dell’inconscio. È comunque possibile notare quanto differente sia il loro approccio da quello classico e quanto tale visione sia stata criticata e svilita in quanto considerata una posizione superficiale, vicina al comportamentismo. In realtà:

Sullivan, Fromm e Horney dipingono tutti l’esperienza umana come carica di profonde, intense, passioni. Il contenuto di queste passioni e di questi conflitti, comunque, è visto come un prodotto non della pressione pulsionale e del suo controllo, ma di configurazioni dinamiche che si spostano e si scontrano, essendo composte di relazioni tra sé ed altri, reali ed immaginari (Greenberg; Mitchell, 1983)

Per la psicoanalisi interpersonale non è più pensabile ipotizzare l’esistenza di spinte pulsionali biologicamente predeterminate, e dunque, di difese che si strutturano per escludere dall’esperienza conscia particolari contenuti intollerabili o inconciliabili con le esigenze del mondo esterno.

Sullivan, ad esempio, affermava che il compito della psicanalisi è quello di studiare ciò che si può osservare, sentire, vedere nell’incontro terapeutico, purché tali elementi possano essere espressi a parole, o comunicati in modo non verbale dal paziente. Per Sullivan l’inconscio è ciò che non può essere sperimentato in modo diretto, qualcosa che riempie i vuoti della vita mentale. Per l’autore americano la personalità si esprime esclusivamente nelle situazioni interpersonali, è un fenomeno che viene modificato grazie alle interazioni significative con gli altri.

Karen Horney, con la sua attenzione all’ambiente e al contesto culturale di riferimento per comprendere lo sviluppo dell’essere umano e il suo adattamento nevrotico alle esigenze esterne, intende la mente come impegnata costantemente nel ridurre l’angoscia. Per la Horney l’angoscia di base, “il sentirsi isolati e impotenti di fronte a un mondo potenzialmente ostile”, nasce dalle prime esperienze con i genitori, dai costanti fallimenti relazionali, ed è il nucleo costitutivo delle nevrosi. Essa determina l’impressione del bambino di vivere in un mondo ostile, minaccioso, nel quale la ricerca della sicurezza sarà la spinta motivazionale primaria nel determinare la sua personalità, a scapito delle sue reali potenzialità intrinseche. Il conflitto si genera così tra tendenze opposte ed inconciliabili (andare verso gli altri, andare contro, andare lontano cioè isolarsi) ed è l’angoscia di base che ne governa i movimenti e determina il destino nevrotico dell’individuo. Gli elementi perturbanti ambientali che generano nel bimbo uno stato di angoscia e l’impressione di dover sacrificare la normale autorealizzazione del sé a causa della minaccia di annientamento portano il bambino a costruire una forma di adattamento mediante strategie comportamentali inconsce che col tempo divengono tratti permanenti – e nevrotici – della sua personalità.

La Horney presuppone due differenti livelli, conscio ed inconscio, ma ipotizza l’esistenza di un’unica istanza psichica, il Sé. Tale istanza psichica, comunque, è tripartita in termini di maggiore o minore distorsione nevrotica: il Sé Reale, “il centro più vivente della vita psichica” (Horney, 1942, pag. 23) il Sé Attuale, che rispecchia la specifica tendenza nevrotica scelta dall’individuo, ed il Sé Ideale, una immagine ideale che il soggetto cerca di raggiungere e costituisce per la Horney, soprattutto negli ultimi scritti, un meccanismo difensivo al servizio della nevrosi per legittimare il sé attuale (Horney, 1950; Garofalo, 1979). Per la Horney il bisogno o tendenza (trend) della personalità sostituisce il concetto freudiano di istinto.

Anche Fairbairn, un autore molto innovativo e in totale disaccordo con Freud, evidenzia come la funzione principale della mente umana è quella di formare e preservare i legami con gli altri. Per lui la libido è ricerca dell’oggetto e non una ricerca di piacere (1992).

Fabio Masciullo

 

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