Il trauma come omissione, l’inconscio come esperienza non formulata

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Di Fabio Masciullo

Con l’abbandono da parte di Freud della teoria della seduzione infantile, l’interesse della psicoanalisi si è via via affievolito rispetto al tema del trauma e delle sue conseguenze sulla struttura mentale infantile (e adulta). È, secondo Freud, la fantasia del bambino il vero oggetto di studio della psicoanalisi.

Si pensò che il bambino distorceva la realtà in quanto era un bambino e viveva, come fanno i bambini, in un mondo di fantasia; non in quanto la sua esperienza era troppo scarsa e semioticamente limitata per poter afferrare la realtà in tutta la sua vera complessità (Levenson, 1983).

Freud ritenne, dunque, insostenibile l’idea che le nevrosi potessero svilupparsi a causa di traumi e seduzioni operate da parte dei genitori o di chi si prende cura del bambino (si legga Levenson, 1983, per una curiosa e interessante spiegazione del rifiuto della teoria della seduzione-tradimento da parte di Freud).

Fu Ferenczi che per primo cercò di riconsiderare il trauma alla luce delle sue innovative e sconvolgenti considerazioni sull’inefficacia della tecnica psicoanalitica ortodossa. Egli va ben oltre la ripresa della teoria della seduzione: coglie la distanza tra i bisogni, le motivazioni e i sentimenti del bambino rispetto a quelle dell’adulto, evidenzia i fraintendimenti che si generano e i processi difensivi che entrambi compiono per negare il trauma stesso (1932a). Il bambino, attraverso meccanismi difensivi di identificazione e scissione dell’io, contrasta una “violazione psichica” distruttiva. Tale sentimento di impotenza e confusione probabilmente viene amplificato e confermato dai successivi dinieghi da parte dell’adulto della disperazione della vittima (ibidem). Il trauma è considerato all’interno di un contesto relazionale, è un interscambio di contenuti psichici tra due menti, si realizza all’interno di un campo intersoggettivo. Ciò conduce Ferenczi e gli autori della scuola interpersonale a rivedere anche la situazione analitica, intesa come “scambio clinico” (Lichtenberg, 1996), come campo bi-personale (Baranger, 1990) e come sincera ed onesta esperienza di condivisione, soprattutto emotiva.

“Se il trauma colpisce un’anima e un corpo impreparati, vale a dire senza che sia presente un controinvestimento, allora esso agisce sul corpo e sullo spirito in modo distruttivo, cioè frammentandoli” (Ferenczi, 1932b, p. 133).

Kohut acutamente sottolinea che “Il vero trauma è la mancanza di risposte empatiche dei genitori” (Kohut, 1989, p.304). Il fondamento della fiducia in sé e della sicurezza interiore dipendono dalle risposte dei genitori alle richieste del bambino: la costituzione del «Sé coesivo» dipende dalla qualità delle relazioni genitoriali (rispecchianti, ideali, gemellari) con il figlio (Kohut, 1984).

[…] Se un individuo è stato deluso traumaticamente in certi periodi della sua vita – quando la sua  grandiosità non trovava eco – ogni tipo di interferenza con lo stato di benessere è sentita come un colpo all’autostima, un attacco (Kohut, 1987, p.304).

È, perciò, ormai accertata “l’importanza motivazionale centrale dell’esperienza affettiva per come si costituisce in modo relazionale all’interno dei sistemi bambino-figura di accudimento” (Stolorow, 2002) ed in generale possiamo dire che i genitori che non prendono in considerazione o equivocano le richieste dei figli, anche e soprattutto rispetto alla dimensione affettiva, sono responsabili del loro particolare sviluppo psicologico e facilitano la manifestazione di successivi disturbi nevrotici e psicotici. Come suggerisce Garofalo

Se gli altri, specialmente la famiglia durante il periodo infantile, ostacolano la vivacità e la spontaneità delle sue (del bambino) energie emozionali, impediscono i suoi autentici scopi personali, minacciano la sua sicurezza, allora essi diventano fonte di ansietà (equivalente a sicurezza frustrata), che dà inizio al processo di sviluppo nevrotico (1979, pag. 119).

Le esperienze di sé in relazione ad un altro essere umano possono apparire agli occhi del bambino come inconciliabili, strane e discordanti (Loiacono, 2009). Nel contesto delle transazioni tra genitori e figli è fondamentale il ruolo svolto dal linguaggio, dalle comunicazioni e dalle metacomunicazioni implicite. All’interno di una cornice interattiva che ha come protagonisti attori con differenti capacità simboliche, è fondamentale tenere in considerazione tali differenze: genitori e bambini non possiedono la stessa abilità linguistica, la stessa capacità di comprendere i metamessaggi. Proprio per questo

il bambino deve imparare che “vuoi essere così gentile da passarmi il sale?” non è una indagine sulle doti di gentilezza. È un problema di semantica. […] Cogliere il messaggio dipende, quindi, dall’afferrare queste sfumature, il che è ovviamente molto complesso e richiede lo sviluppo di notevoli capacità semiotiche (Levenson, 1983, pag. 33).

In questo contesto il trauma può essere rivisto in chiave di esperienza non convalidata, omessa, che coinvolge sia il genitore (nel mantenere celato il significato di esperienze particolari), che il bambino (nel ricercare comunque una spiegazione che riempia gli spazi interpretativi lasciati vuoti). La “realtà psicologica intesa come esperienza mistificata” (Levenson, 1983, pag. 14) diventa l’oggetto d’indagine della psicoanalisi contemporanea, che riabilita l’esperienza traumatica quale incipit nevrotico ma ne offre una rilettura in termini di esperienza omessa, che non ha avuto la possibilità di essere formulata e/o riconosciuta.

Lichtenberg (Lichtenberg; Lachman; Fosshage, 1996) descrive le esperienze traumatiche, in termini di “scene modello” nelle quali è palese tale meccanismo omissivo/deformante. Riporta il caso di una paziente, Nancy, che rievoca in analisi una di queste particolari scene: si ribella al fratello sadico (che, come spesso accadeva, la stava strangolando) e viene ripresa dalla madre per non aver capito che si trattava di un gioco, per essere senza affetto. E’ lei, Nancy, la bambina malvagia e istigatrice!

Il trauma è ora visto non più come riflesso di un mero avvenimento, ma come una omissione: consiste non in ciò che è successo, ma in quello che non è mai stato detto di ciò che è successo. È questo che porta alla “distorsione nevrotica” (Levenson, 1983). È chiaro, dunque, che da questo punto di vista

le persone si trovano in difficoltà non perché hanno subito cose atroci, o perché travisano in terrificante un’esperienza normale, ma perché vengono imbrigliate in una sfuggente trama semiotica di omissioni, simulacri e falsificazioni (Levenson, 1983, pag. 41).

Una siffatta visione del trauma, quale esperienza omessa, mistificata, tutt’altro che inconsueta nella vita delle persone, ha portato ad una drastica rivisitazione sia del concetto di inconscio sia di rimozione, ed ha spinto alcuni teorici a considerare la dissociazione come meccanismo difensivo primario.

 Abbiamo parlato dell’importanza attribuita dai teorici contemporanei ai processi percettivi e attentivi e al concetto di autoriflessività come strettamente connesso con la capacità di mentalizzare, cioè spiegare e decifrare i comportamenti propri e altrui in termini di stati mentali. I processi inconsci diventano così paragonabili a funzioni di disconoscimento della propria esperienza, una non-esplicitazione e un rifiuto di consapevolezza. Fingarette (1969 cit. in Eagle, 2011, pag. 123) parla appunto del rifiuto di “prendere espressamente coscienza del nostro contributo personale e di renderci contro di questo rifiuto”. Si ricordi che i processi attentivi e percettivi vennero considerati da Freud come processi che consentivano o no di accedere ai contenuti inconsci. È questa una visione “tutto o nulla”. Infatti

Freud ha chiaramente riconosciuto il ruolo dell’attenzione (o come la chiama lui, “investimento dell’attenzione”) […] nel determinare se un contenuto psichico sia o meno presente alla coscienza. […] tuttavia non sembra aver lasciato spazio per una gradualità dell’attenzione e quindi per diversi gradi di consapevolezza (Eagle, 2011, pag. 126).

Il punto di vista della psicoanalisi contemporanea è alquanto differente in quanto considera tali processi come operanti lungo un continuum che ha come estremi una consapevolezza minima, non ulteriormente esplicitata e analizzata o la piena focalizzazione e conoscenza dei fatti. Ciò porta autori contemporanei quali Donnel Stern e Bromberg a formulare una importante distinzione tra rimozione e dissociazione.

Secondo Donnel Stern l’inconscio sarebbe composto di esperienze non formulate. Il processo che porta alla codifica di alcuni stimoli sarebbe troncato preventivamente grazie ad un fenomeno di disattenzione selettiva (Sullivan) in seguito alla considerazione che una elevata angoscia sia connessa con quei determinati stimoli e debba essere immediatamente soppressa. Ciò che può essere pensato, formulato, inserito nella rete semantica e diventare un contenuto psichico pienamente conscio, è determinato dalla precoce conferma e approvazione da parte dei genitori (Stolorow, 2002). Si evidenzia che, quando determinate esperienze minacciano il legame con il caregiver, e generano una elevata angoscia di abbandono nel lattante e una sensazione di indesiderabilità nel genitore, vengono, dal bambino, allontanate dal campo di consapevolezza, e ciò a scapito di future prospettive di sviluppo e ampliamento dell’esperienza di quest’ultimo.

Secondo Stern dire che un contento psichico è inconscio equivale a dire che non è formulato, non possiede connessioni con altri contenuti, è slegato dalla rete concettuale e ha contorni abbozzati. Rendere conscio l’inconscio sarebbe, dunque, anche e soprattutto, una capacità linguistica, dare parole a ciò che ancora non è possibile nominare. Levenson afferma a tal proposito che “le difficoltà nevrotiche nel vivere sono originate da incompetenza semiotica più che da pulsioni interne malamente integrate (1983, pag. 32)” e cita Ricoeur quando afferma che è l’esperienza che può essere espressa a parole ciò che interessa alla psicoanalisi (ibidem, pag. 66). Eagle (2011) ipotizza che formulare il non-formulato sarebbe un processo di costruzione che avviene grazie ad una operazione di completamento di un’esperienza abbozzata. È un creare nessi, definire i contorni e colmare i vuoti dell’informazione. È, fondamentalmente, una operazione di connessione e dialogo tra Sé multipli (vedi Bromberg), tra aspetti di sé dissociati e parziali. Proprio per questo, come afferma Lewis Aron (2000, pag. 7)

per diventare consapevole una persona deve rompere l’identificazione con qualsiasi singolo aspetto di sé e impegnarsi nel dialogo interiore delle voci multiple della soggettività. L’autoriflessione, da questo punto di vista, si basa su: la capacità di divisione interna, una dissociazione salutare, lo “stare negli spazi” fra le realtà (Bromberg, 1998).

È qui che Bromberg (1998; 2011) introduce la sua idea teorica, quando sostiene che alla base di ogni quadro psicopatologico esista una “dimensione traumatica che, attraverso la dissociazione limita la vita mentale nella capacità di riflettere, creando condizioni di incapacità di relazionarsi pienamente con gli altri” (Maria Rosaria Giuliano, 2008, pag.3). Le vicende traumatiche, vengono a costituirsi all’interno della psiche come “isole dissociate” in quanto non possono essere formulate e restano disarticolate dalla trama delle esperienze consapevoli individuali. L’individuo struttura il proprio sé attorno ai buchi nell’esperienza, attorno alle “isole dissociate”.

Per Bromberg, comunque, la dissociazione non è patologica in sé. Rispetto alla sua visione della psiche come costituita da molteplici e discontinue configurazioni di stati del Sé, essa risulta essere il meccanismo primario utilizzato dall’individuo per mantenere un senso di sé coerente e integrato: risulta essere indispensabile contro la frammentazione, e consente all’individuo di conservare le esperienze traumatiche, non formulate, come contenuti mentali discontinui, senza nessi con le altre esperienze. “In tal modo essa paradossalmente, dà alla persona la possibilità di mantenere il sentimento di coerenza, integrità del proprio senso del Sé e della propria continuità personale” (ibidem, pag. 3).

In conclusione, la dissociazione, come meccanismo difensivo primario dell’inconscio, inteso quest’ultimo quale processo mentale che si evidenzia a causa di esperienze traumatiche in termini di difficoltà semiotiche nel chiarire le esperienze, “permette di isolare delle versioni di Sé da altre versioni di Sé” (Albasi, 2004, pag. 1) ma, di contro, non permette una funzione autoriflessiva sui propri ed altrui contenuti mentali, impedisce la mentalizzazione (Fonagy), mantiene, cioè, un senso di coerenza ed integrità a scapito della piena autorealizzazione del sé (Horney). Infatti,

è solo quando questa illusione di continuità diviene troppo pericolosa per essere mantenuta, nel momento in cui emozioni e percezioni tra di loro incompatibili richiedono di essere elaborate all’interno di una stessa relazione e questo processo va oltre le capacità dell’individuo di contenerle in un’esperienza unitaria, allora ad una di esse viene negato l’accesso alla coscienza. L’esperienza che ha generato l’emozione o la percezione incompatibile viene dissociata e rimane semplicemente presente come dato crudo, che non può essere elaborato cognitivamente all’interno della rappresentazione di sé con l’altro, essa non può essere processata simbolicamente e affrontata come uno stato di conflitto (ibidem, pag. 4).

Fabio Masciullo

 

 

 

 

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