Linguaggio e azione nell’opera di Roy Schafer

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di Fabio Masciullo

Lo sviluppo contemporaneo della psicoanalisi è stato segnato dal contributo di Schafer soprattutto per quel che riguarda il rinnovamento del linguaggio psicoanalitico, della terminologia freudiana classica e l’introduzione in psicoanalisi di un tradizione filosofica, l’ermeneutica, utile per esplicitare la dimensione della “narrazione” quale aspetto chiave del processo analitico.

L’impresa freudiana di descrivere i meccanismi sottesi al comportamento umano si ispirava alla fisica newtoniana, capace di descrivere i fenomeni del mondo attraverso le logiche del conflitto tra forme e forze, tra corpi in costante interazione dinamica. Il sistema di Newton fu applicato alla mente umana e la conseguenza principale di tale visione fu quella di dover necessariamente descrivere un individuo mosso da forze inconsapevoli, l’azione deriva da pulsioni misteriose. L’individuo inteso come Sé agente scompare. La sua è solo “illusione di controllo”. I fili che governano le azioni umane sono controllati fuori dalla coscienza, da istanze psichiche e da forze dinamiche.

Lo sforzo di Schafer, sin dai suoi primi scritti, fu quello di ridefinire la logica freudiana per evidenziare il peso del contributo individuale all’azione, restituire all’individuo il ruolo di protagonista del proprio agire.

Era necessario, per Schafer, ridefinire nuovamente “chi, esattamente, faceva che cosa a chi” (Mitchell, Black, 1995, pag. 209). Nel tentativo iniziale di costruire un nuovo linguaggio psicoanalitico, egli aveva notato quanto fosse profonda la spaccatura tra teoria e clinica. La natura del cambiamento risiederebbe, invece, nella graduale assunzione di responsabilità da parte del paziente rispetto alle azioni che compie e che prima attribuiva a cause esterne o semplicemente rinnegava. Il paziente arriva in terapia con una serie di credenze su sé stesso e sul mondo. Mentre l’analisi procede, il paziente pian piano si rende conto di quanto siano astratte ed irreali queste credenze e comprende che gli fornivano sicurezza e controllo. Lo scopo dell’analisi è, dunque, permettere al paziente di “vivere sé stesso come l’agente del suo mondo (interno ed esterno) (…) immaginare di fare altre scelte, di agire nel mondo e organizzare la propria esistenza in modo più aperto e costruttivo” (ibidem; pag. 210).

Rispetto alle questioni strettamente metapsicologiche, Schafer critica la visione freudiana che descrive il gioco di forze pulsionali attraverso la metafora dei processi corporei primitivi: accumulo, scarica, tossicità, espulsione. Compito della psicoanalisi è quello di ridefinire e dare importanza alla figura del soggetto come agente. In questo tentativo, Schafer, si rifà ai contributi filosofici di Wittgenstein per ciò che concerne il “linguaggio di azione” e gli integra con il concetto di “narrazione”.

In contrasto con Freud, la mente non è generata da forze impersonali in conflitto tra loro, bensì da azioni ed in particolar modo dalle azioni che si esprimono per mezzo delle narrazioni. La mente è costituita da racconti interpretativi. Risulta esplicito il riferimento al paradigma ermeneutico così come espresso da Ricoeur e Gadamer)

Da Wikipedia:

Per Gadamer, non è possibile tornare indietro rivivendo il passato in modo oggettivo, poiché l’esistenza presente è influenzata da una serie di conoscenze stratificate che chiama “pre-comprensioni o, più semplicemente, “pregiudizi”.

Ora, sostiene Gadamer, quando ciascuno emette un giudizio è influenzato dalla propria visione del mondo (Weltansicht), che tuttavia non costituisce un inconveniente, bensì una condizione fondamentale del processo cognitivo. È per questa ragione che egli può affermare che: “Di per sé, pregiudizio significa solo un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti”[1]. Secondo questo punto di vista, il pregiudizio non va eliminato, ma abitato con una certa phrónesis (“saggezza”, o meglio ancora “prudenza”, termine che richiama il latino pro-videre ovvero la capacità di “guardarsi” concetto che Gadamer recupera esplicitamente da Aristotele: “L’interprete”, prosegue Gadamer, “non può proporsi di prescindere da sé stesso e dalla concreta situazione ermeneutica nella quale si trova”[2].

È così che si viene a configurare il “circolo ermeneutico”. Ogni interpretazione è infatti influenzata dai nostri pregiudizi storici, nel senso che le nostre conoscenze che caratterizzano la comprensione del presente sono determinate da una continua stratificazione di nozioni che si formano grazie al costante dialogo tra l’opera e i suoi interpreti.

Il paziente, riacquistando la responsabilità dell’agire, diventa “agente di azioni” attraverso il continuo processo di narrazione e ri-narrazione che definisce e gestisce con il terapeuta all’interno dell’analisi. Schafer descrive, quindi, il paziente come un “narratore di storie” che nel corso del processo analitico riacquista una posizione centrale all’interno della trama narrativa e dei fatti di vita che racconta al terapeuta.

Persino il sogno è una attività soggettiva di costruzione narrativa, nella quale il sognatore organizza le esperienze per scopi precisi riferibili al tipo di visione che egli ha di sé stesso in rapporto al mondo in quel particolare momento della sua vita.

L’interpretazione del sogno, a differenza dell’analisi classica, diventa un esperimento ermeneutico, un tentativo interpretativo che consente di “aprire nuove forme di esperienza e permettere al sognatore di ottenere un senso più profondo e più ampio della sua attività” (ibidem; pag. 214).

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