Autoriflessività, mentalizzazione ed insight: un nuovo modo di intendere la relazione terapeutica

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La “visione illuministica” della realtà ha permesso a Freud di postulare una mente mossa da spinte pulsionali innate rivolte agli oggetti: questa metapsicologia considera la connessione tra nevrosi e rimozione come tendenza difensiva primaria che mira alla “non-consapevolezza” e, come precipitato logico, l’idea della cura come insight e conoscenza di sé. Tale postulato può essere espresso grossolanamente con l’affermazione “folgorato sulla via di Damasco”, lontanissima dalla visione contemporanea di autori come Mitchell secondo cui l’analista può solo offrire “costruzioni interpretative” al paziente piuttosto che verità precostituite e pian piano disponibili nell’incontro terapeutico.

La moderna psicoanalisi, abbracciando una visione maggiormente costruttivista (Hoffman, 1998), rinnega l’inconscio freudiano e lo sostituisce con qualcosa di maggiormente fluido, sfumato e indefinito. Consultando alcuni degli autori contemporanei che maggiormente hanno messo in discussione la visione freudiana dell’inconscio, si nota, però, un apparente paradosso: le teorie psicoanalitiche moderne sono “poco interessate alla esposizione sistematica delle origini o della natura della mente” (Eagle, 2011, p. 284).

La fisionomia dell’inconscio è andata mutando nel tempo, anche se esso non è mai stato risistematizzato alla luce delle nuove concezioni. Di sicuro, comunque, è diventato sempre più “aggettivo”, piuttosto che sostantivo, e sempre più “relazionale” (Robutti, 1999, cit. in Loiacono, 2005, pag. 1).

Emerge come i teorici contemporanei siano maggiormente interessati allo studio della funzione autoriflessiva della mente (funzione che emerge all’interno delle dinamiche intersoggettive), del processo di costruzione di nuovi nessi e legami tra esperienze emotivamente coinvolgenti ma slegate tra loro e del processo attentivo/percettivo quale chiave di volta per comprendere le operazioni difensive che cercano di allontanare l’angoscia. A tal proposito è bene precisare come le operazioni di sicurezza siano “attività interpersonali per fuggire o minimizzare l’angoscia” (Sullivan 1940, p. 300).

Una delle critiche mosse al concetto di inconscio freudiano è che esso è strutturato come un serbatoio di materiale rimosso e che tale materiale è già integralmente formato, ha cioè avuto la possibilità di essere “pensato” e poi rigettato. Tale materiale inconscio, durante l’azione terapeutica, potrà essere riabilitato alla coscienza senza perdere nessuna delle sue caratteristiche. Mitchell è scettico rispetto a tale visione e la descrive con la metafora del masso sotto il quale sono nascosti degli insetti (Mitchell, 1998). Per Freud, una volta scardinata la difesa della rimozione, vi sarà la possibilità di “gettare luce” sull’inconscio e aumentare l’autoconsapevolezza del soggetto rispetto ai suoi contenuti mentali. La prospettiva freudiana di un mondo inconscio popolato da elementi nascosti, non ancora visibili, è messa in discussione perché legata ad una visione dell’uomo come organismo mosso esclusivamente da pulsioni intrapsichiche. Anticipando in modo sorprendente la visione contemporanea, Karen Horney aveva già intuito che l’eziopatogenesi nevrotica dovesse essere intesa come disequilibrio tra l’intrapsichico e l’interpersonale. Infatti affermava che la nevrosi è “un disturbo nella relazione verso di sé e verso gli altri” (1950, pag. 268).

Molti autori contemporanei, similmente al contributo horneiano, puntano dunque l’attenzione su come le dinamiche intrapsichiche siano indissolubilmente legate a quelle interpersonali-intersoggettive e come da tale legame possa emergere la funzione autoriflessiva della mente.

[…] il termine autoriflessività implica il processo dialettico sia del fare esperienza di sé come soggetto sia del riflettere su sé stessi come oggetto. Quindi non si tratta esclusivamente di una funzione intellettuale di osservazione, ma è anche una funzione esperienziale e affettiva (Aron, 2000, pag. 2).

 Compito della psicoanalisi contemporanea è quello di

costruire un modello che tenga in considerazione sia la dimensione intrapsichica sia quella intersoggettiva dell’azione terapeutica, e inoltre la necessità della loro interazione reciproca nello sviluppo della consapevolezza autoriflessiva (ibidem, pag. 2).

Ciò è molto vicino ai concetti di Fonagy di “funzione riflessiva” e “mentalizzazione” (Fonagy, Bateman, 2004; Fonagy, Target, 1997), che illustrano la capacità di interpretare il proprio comportamento e quello altrui in termini di stati mentali (pensieri, affetti, desideri, bisogni e intenzioni), di comprendere il comportamento interpersonale in termini di dimensioni psicologiche. Queste facoltà sono riconducibili alle prime relazioni madre-bambino e “comportano una componente sia autoriflessiva (relativa alle rappresentazioni del Sé) che interpersonale (legata alla rappresentazione degli altri)” (Baldoni In Crocetti, Zarri, 2008).

Riprendendo il contributo di Fonagy, ampliamo il concetto di mentalizzazione e lo descriviamo come la capacità del bambino di attribuire uno stato cognitivo o emotivo agli altri. Con ciò

rendiamo il nostro comportamento comprensibile a noi stessi. Quando il bambino è in grado di attribuire il comportamento apparentemente distaccato e non responsivo della madre al suo (di lei) stato depressivo, piuttosto che alla propria cattiveria o alla propria incapacità di suscitare attenzione, è protetto, forse permanentemente, dalle ferite narcisistiche (Fonagy, 1999, pag.2).

Sviluppare la capacità autoriflessiva vuol dire, anche e soprattutto, aiutare il paziente a riordinare le esperienze della sua vita e creare così nuovi nessi tra avvenimenti fino a quel momento non in relazione.

Levenson intende gli insight non come soluzioni, ma come, appunto, connessioni (Levenson, 1983). Ciò è possibile attraverso una relazione del tutto speciale, la relazione terapeutica. La relazione terapeutica è vista, in quest’ottica, come un gioco, “un’azione di prova, uno sperimentare una grande quantità di aspetti del sé che fino a quel momento non avevano avuto l’opportunità di conversare e di integrarsi” (Aron, 2000). Tale gioco ha però regole ben precise e una cornice di riferimento che aiuta paziente e terapeuta a confrontarsi per uno scopo inequivocabile, il benessere del paziente. Ma bisogna chiedersi cosa vuol dire “benessere” e se tale scopo venga raggiunto esclusivamente attraverso l’insight. Infatti, “il sogno di un insight ottimale, di un: “ah! Finalmente vedo che…” è un Santo Graal che sfugge sempre. Io non credo che capiti, perché la vita non è così semplice” (Levenson, 1983, pag. 60).

È qui che vorremmo approfondire meglio: è un fatto ormai accertato e condiviso da moltissime scuole psicoanalitiche che le difese psicologiche hanno la funzione di impedire che materiale sgradevole venga sperimentato coscientemente e dunque comprometta la percezione di sé (Eagle, 2011). Ma come agiscono queste difese? Dalla considerazione della natura delle difese si potrà trarre una nuova e più articolata visione dell’inconscio, così come auspicato dai più autorevoli psicoanalisti contemporanei.

Fabio Masciullo

 

 

 

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